Diocesi Roma - SANTA MARIA DELLA PRESENTAZIONE

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La diocesi di Roma

La diocesi di Roma, intesa come porzione di territorio sottoposta all'autorità episcopale del papa, si estende sia su suolo appartenente alla Repubblica Italiana, sia sull'intero territorio della Città del Vaticano.
Le due porzioni della diocesi sono distinte in due vicariati:
  • il vicariato di Roma, retto dal vicario generale di Sua Santità per la diocesi di Roma, attualmente il cardinale Angelo De Donatis;
  • il vicariato della Città del Vaticano, retto dal vicario generale di Sua Santità per la Città del Vaticano, attualmente il cardinaleAngelo Comastri.

La diocesi si estende su 849 km² e comprende la maggior parte della città e del comune di Roma, ad eccezione di porzioni appartenenti alle limitrofe diocesi di Ostia, di Porto-Santa Rufina, di Frascati e di Tivoli; appartengono alla diocesi anche alcune parrocchie del comune di Guidonia Montecelio.
Cattedrale della diocesi è la Basilica del Santissimo Salvatore e dei Santi Giovanni Battista ed Evangelista, a cui è annesso il palazzo del Laterano, sede degli uffici del Vicariato di Roma.



STORIA
I - L’età antica
L’eccezionale singolarità della diocesi di Roma – centro dell’orbis christianus antiquus –, deriva dall’essere la sede stessa della cristianità latina, in quanto dotata della potentior principalitas, che fa dell’Episcopus Romanus il Vicarius Christi.
Il martirio ivi affrontato da Pietro e Paolo la rende il luogo per eccellenza della testimonianza apostolica.
«A questa Chiesa infatti, per la sua più eccellente origine (propter potentiorem principalitatem), è necessario che venga ogni Chiesa» (Ireneo di Lione).
La sua Chiesa è dunque la prima perché alla morte dell’apostolo Pietro ne ereditò il primato sulla Chiesa intera (Vaticano I).
Pietro la fonda (cfr. Mt 16,18-19) perché con Paolo, mediante il suo insegnamento e lo spargimento di sangue, ne fa la Chiesa testimone per eccellenza della fede evangelica.
Tacito, negli Annales, riferisce che nel 64 Nerone, per discolparsi, fece ricercare i cristiani ritenuti colpevoli dell’incendio della città.
Fra i tanti giustiziati in quella occasione, l’Epistola scritta intorno al 96 da Clemente Romano – terzo successore di Pietro – ai cristiani di Corinto, ci informa che appaiono anche Pietro e Paolo, le «colonne» della Chiesa di Roma.
La Historia ecclesiastica di Eusebio, vescovo di Cesarea di Palestina (265 ca-340 ca), attesta che un altro scrittore cristiano di Roma, Gaio, all’inizio del III sec., sostiene che Pietro fu sepolto nell’ambito della necropoli pagana del colle Vaticano e Paolo nell’area funeraria lungo la via Ostiense.
Lo stesso Eusebio nel suo Chronicon fissa il martirio di Pietro e di Paolo tra il 64 e il 67.
Secondo la cronologia tradizionale Pietro e Paolo furono condotti al martirio lo stesso giorno, il 29 giugno del 67; da almeno la metà del III sec. la Chiesa li commemora in quel giorno.
Per quanto concerne le origini del cristianesimo a Roma, si constata che i due Apostoli non furono i primi evangelizzatori dell’Urbe.
Se per Paolo basta leggere la sua Lettera ai Romani (essa conterrebbe diversi particolari sulla vita della prima comunità cristiana, sufficienti per alcuni critici a fissare una prosopografia della stessa Chiesa romana) e gli Atti degli Apostoli, sulla presenza di Pietro a Roma questi ultimi tacciono, anche se dichiarano – cenno comunque ancora troppo vago per ritenere che Pietro sia stato effettivamente a Roma fin dal 41-44 d.C. – che dopo il suo arresto a Gerusalemme, voluto dal re Erode Agrippa, e la sua miracolosa liberazione dal carcere, Pietro «uscì e s’incamminò verso un altro luogo» (At 12,17).
Sempre gli Atti ci informano del suo ritorno nel 49 a Gerusalemme, dove incontrò Paolo; difatti proprio allora, secondo lo storico pagano Svetonio (cfr. Claudius 25), l’imperatore Claudio aveva espulso da Roma tutti i giudei colpevoli di gravi disordini, «impulsore Chresto».
Le perplessità, da parte soprattutto protestante, circa la presenza di Pietro a Roma appaiono oggi fugate sia dalla tradizione, che è troppo salda per metterla in dubbio – cfr. per esempio, le ricerche di Marta Sordi che sembrerebbero avallare l’ipotesi della sua venuta a Roma nel 42, come è attestato nella traduzione latina di san Girolamo del Chronicon di Eusebio di Cesarea, e in quelle più antiche riportate da Eusebio, Clemente Alessandrino e Ireneo –, sia dagli scavi effettuati tra il 1940 e il 1949 sotto l’attuale basilica Vaticana, che hanno portato alla scoperta, all’interno del monumento funebre di Pietro costruito al tempo di Costantino, dei resti certi della sua tomba più antica risalente al I sec., contenente le ossa che risultano appartenere all’Apostolo.
Sappiamo così che l’Apostolo si trovava sicuramente nella città di Roma – l’eletta – attorno al 60: cfr. la Prima lettera di Pietro (5,13) e la Lettera di Ignazio di Antiochia ai Romani (4,3).
La prima comunità cristiana - Nel I sec. a.C., Roma faceva parte della prima delle undici regioni augustee, il Latium, che comprendeva il Lazio meridionale e quasi tutta l’attuale Campania.
Per quanto concerne il suo «spazio cristiano», il primo documento sicuro sulla presenza di una comunità cristiana nella capitale dell’Impero romano è rappresentato dalla Lettera di Paolo inviata attorno all’anno 57 ai cristiani di Roma, dove preannuncia il suo arrivo.
Si rivolge a una comunità già numerosa, la fama della cui fede «si espande in tutto il mondo» (Rm 1,8) e i cui rappresentanti gli andarono incontro per decine di chilometri «fino al Foro di Appio [distante 65 chilometri da Roma, dove terminava il canale proveniente da Terracina] e alle Tre Taverne [stazione di ristoro lungo la via Appia, a 8 chilometri dall’attuale cittadina di Cisterna]» (cfr.
At 28,14-15), quando, nella primavera del 61, Paolo giunse a Roma come prigioniero per essere giudicato.
A questa va aggiunta, secondo alcuni studiosi, la Lettera agli Ebrei (13,24): «Vi salutano quelli d’Italia» (vedi ancora Eusebio di Cesarea, lo pseudo-Clemente, il Pastore di Erma, Tertulliano ecc.).
Ma le origini ancora oscure della comunità cristiana di natura giudeo-cristiana sembrano affondare le proprie radici tra i circa 20.000-30.000 ebrei allora residenti a Roma, dove disponevano di una dozzina di sinagoghe; l’attuale area di Trastevere era in quel tempo a forte presenza giudaica (cfr. Filone d’Alessandria, Legatio ad Caium, 155 ss.).
La diversità di vedute tra Pietro e Paolo – quest’ultimo, nella Chiesa primitiva, rappresentava la spinta all’apertura del messaggio cristiano ai pagani, senza tener conto delle tradizionali osservanze legali e cultuali dei giudei – viene attestata dall’Epistola di Clemente, che lascia trasparire il volto di una comunità cristiana romana di osservanza più giudaizzante delle altre comunità paoline, dove l’elemento straniero e orientale prevaleva su quello indigeno e italiano (gli scritti cristiani del tempo composti a Roma, come l’Epistola di Clemente ai cristiani di Corinto, I sec., e il Pastore di Erma, prima metà del II, furono redatti in lingua greca, e greci risultano essere in gran parte i nomi dei romani pontefici del I e II sec.).
Appena fuori l’Urbe prendevano intanto piede altre comunità cristiane, che si sviluppavano soprattutto lungo le vie consolari.
A motivo della mancanza di documenti, l’irrisolta questione del significato dei vocaboli presbitero e vescovo (cfr.
Tt 1,5 e l’Epistola di Clemente ai Corinzi, 42,4 e 44,2-3) e il non concluso dibattito sull’«episcopato monarchico» allo scorcio del II sec., non consente ancora di accertare se si trattasse di vere diocesi delimitate e circoscritte, o di semplici comunità cristiane situate attorno a Roma e da essa dipendenti, amministrate da diaconi, presbiteri o vescovi senza sede fissa.
I successori di Pietro – Servi dei Servi di Dio – in prima persona si presero cura della Chiesa di Roma, come ripetutamente viene attestato dai loro interventi a favore dell’Urbe.
Del resto, dopo la morte di Gesù avvennero numerose conversioni nella capitale dell’impero anche tra gli schiavi, i liberti e le famiglie dell’aristocrazia senatoria ed equestre (cfr. Clemente Romano).
Il suo primo vescovo, Lino, per ordine di Pietro avrebbe stabilito che le donne entrassero in chiesa a capo velato (cfr. 1Cor 11,1-15): «ex praecepto beati Petri constituit », mentre il suo successore, Anacleto I, avrebbe ordinato venticinque presbiteri: numero probabilmente associato ai 25 tituli che esistevano a Roma con funzioni «parrocchiali» alla fine del V sec. Successivamente il Liber Pontificalis ascrive, per esempio, a Sisto II le ordinazioni di quattro presbiteri, sette diaconi e due vescovi, e a Felice I due ordinazioni annuali di nove presbiteri, cinque diaconi e altrettanti vescovi.
Il Catalogo Liberiano (L.P., p. 4), e al seguito di questo lo stesso Liber Pontificalis, attribuisce a Fabiano l’assegnazione delle quattordici regiones in cui era divisa la Chiesa di Roma, due a due, ai sette diaconi della Chiesa locale; pertanto si ebbero sette regiones ecclesiastiche della città – organizzazione parallela a quella civile augustea –, assegnate a sette diaconi: «regiones divisit diaconibus et multas fabricas per cimiteria fieri iussit».
Tali diaconi erano detti «regionari» (da distinguersi da quelli soprannumerari sequentes cleri), preposti ai rispettivi notai – Notarij Urbis –, che dovevano fedelmente raccogliere gli Atti dei Martiri.
Le fonti antiche - Nonostante l’importanza dell’archivio o «tabularium» nel mondo romano, è rimasto ben poco dell’«archiviobiblioteca » della Chiesa di Roma di quel periodo, se si eccettuano rari residui di biblioteche non romane, e ciò principalmente a motivo della persecuzione di Diocleziano, che nel 303 ordinò di distruggere le scritture ecclesiastiche.
Eusebio scrive: «Con gli occhi nostri abbiamo visto le case della preghiera rase al suolo e distrutte sin dalle fondamenta, bruciati in mezzo alle piazze i sacri libri delle divine Scritture ».
Con quel poco che è rimasto, formano il primo nucleo del suo archivio da un lato gli Atti dei Martiri, con la documentazione annessa: verbali, interrogatori ecc., e dall’altro le epigrafi che venivano apposte a chiusura dei loculi, chiamati a custodire i resti mortali di coloro che avevano pagato col proprio sangue la fedeltà a Cristo.
Andarono dispersi purtroppo quasi tutti i dittici dei registri dei consoli e dei magistrati romani commemorati durante la celebrazione eucaristica e contenenti i nomi dei vescovi legittimi – mancano così i dittici dell’importante diocesi di Ostia, come di quella di Porto ecc. –, come spesso sono andati perduti gli Atti di molti sinodi celebratisi a Roma dal II sec. in avanti; tra i più antichi si conservano quelli del sinodo romano del 2 ottobre 313.
Furono celebrati molti altri sinodi nel IV sec.; in quello del 386 furono presenti pressoché solo i vescovi dell’Italia suburbicaria: «Siricius Papa, in basilica S. Petri, cum 80 Episcopis, Concilium tenet ad disciplinam ecclesiasticam in Africa collapsam reficiendam » (vedi, per completezza, fra tutti, gli studi del Mansi e del Labbé).
Le fonti dal I al VI sec. sono dunque scarse.
Benché le testimonianze solitamente addotte siano tutte indirette, provenienti da fonti documentarie preesistenti, conservate e custodite dalle comunità ecclesiali o desunte da alcuni testi di Tertulliano, di Eusebio di Cesarea, dal Liber Pontificalis, da san Girolamo ecc., esse danno informazioni preziose sull’organizzazione della locale comunità cristiana delle origini: per esempio, sulla pratica delle offerte spontanee e le loro destinazioni, sul vescovo, sul numero e sulle liste (matriculae) dei poveri e degli assistiti, sugli elenchi delle Chiese con le quali erano state scambiate lettere di comunione.
Le opere di carattere letterario, oltre alle già citate, fanno riferimento ai due testi contenuti nel Cronografo del 354: la Depositio Episcoporum e il Catalogo Liberiano da cui deriva il Liber Pontificalis, i quali, seppur poco sicuri, soprattutto per i primi secoli – cfr. le tesi opposte del Duchesne e del Mommsen –, sono comunque essenziali.
A partire dall’inizio del III sec. si incontrano le testimonianze archeologiche ed epigrafiche, ricche di indizi sulle diverse figure che, secondo alcuni studiosi, come il Brambilla, sembrerebbero prefigurare l’ufficio del vicario; tra queste l’Archidiaconus, l’unione dei tre capi degli ordini dei diaconi, dei presbiteri e dei notai (collettivamente chiamati Praesentantes locum Pontificis quando il papa si trovava fuori Roma, e Servantes locum Sanctae Sedis Apostolicae nel caso di sede vacante), il presbitero Marea chiamato vicario di papa Vigilio, i cardinali che svolgevano ruoli importanti a Roma sia presente che assente il papa, la Romana Fraternitas e lo stesso Presbyterium Romanum.
Difatti i papi Fabiano e Sisto II non ebbero vicari, e al momento del loro martirio fu lo stesso presbiterio romano a dirigere la Chiesa locale durante il periodo di vacanza (cfr. la lettera XIX di san Cipriano).
I pontefici si servirono di vicari quando erano impossibilitati – come pare per Silvestro I, che in tarda età nominò suo vicario il romano Marco, dopo averlo consacrato vescovo – soprattutto durante il tempo delle persecuzioni.
I vicari non avevano diritto di successione, anche se avveniva che, grazie ai meriti acquisiti, spesso fossero eletti a succedere al pontefice deceduto.
La scarsità di studi su questo periodo non consente attualmente di delineare con una maggior precisione la misura in cui queste figure rientrano nella linea vicaria del papa o della curia romana, all’opera fin dai primi tempi per aiutare il «ministero Petrino».
Urbs et Orbis - Roma, capitale dell’impero romano, godeva di una percezione esclusiva di sé come Urbs (virtus et pietas del culto imperiale degli dei) e di una percezione inclusiva come Orbis romanus (pax romana nei territori conquistati, le province, dove portava la propria cittadinanza).
Ambedue finirono per influenzare la coscienza storica culturale cristiana della tarda antichità.
Dalla svolta di Costantino il Grande, la Chiesa romana le conferì una valenza teologica, dando vita alla societas cristiana, sede della vera virtus.
La nascita di Gesù, durante la pax romana del governo di Augusto, non poté passare inosservata.
Origene nel Contra Celsum ed Eusebio nella sua Historia per primi svilupparono le conseguenze teologiche di questo «sincronismo storico» voluto dal piano divino di salvezza, origine dell’indissolubile intreccio tra la storia universale della Chiesa e quella particolare della città di Roma, che confluirà nel titolo di «Città eterna».
Dopo la morte degli apostoli Pietro e Paolo, i cristiani iniziarono a organizzarsi, benché a causa delle persecuzioni lo sviluppo fu lento e senza eccessiva strategia.
Nella seconda metà del I sec., infatti, la Chiesa di Roma fu sconvolta dalle terribili persecuzioni di Nerone e di Domiziano, mentre nel secolo successivo soffrì a causa della presenza di molti eretici.
La persecuzione di Diocleziano, in particolare, determinò una nuova confisca dei beni ecclesiastici, anche se poi papa Marcello riorganizzò la Chiesa di Roma per meglio rispondere alle esigenze penitenziali e alle conversioni dal paganesimo, suddividendo la città in venticinque tituli (circoscrizioni ecclesiastiche); i loro titolari dovevano avere cura anche dei cimiteri – le catacombe –, e pertanto della sepoltura dei defunti.
Tali cimiteri della comunità, destinati a diventare i santuari dei martiri (cfr. l’opera di papa Damaso) e meta di frequentissimi pellegrinaggi fino all’VIII sec., si trovavano fuori delle mura, secondo quanto disposto dalla legge delle XII Tavole già esistente nel V sec. a.C.: «Hominem mortuum in Urbe neve urito neve sepelito».
Prevalentemente scavati ai bordi delle vie consolari, a circa tre chilometri dalla cinta aureliana, se ne contano più di quaranta (esistevano anche alcuni cimiteri sub divo, cioè all’aperto).
I tituli (le moderne parrocchie) erano raggruppati nelle sette regioni ecclesiastiche alle quali corrispondeva una determinata regione funeraria fuori delle mura, che comprendeva alcuni cimiteri.
Papa Zefirino compì un atto fondamentale per la storia della comunità cristiana romana: durante il suo pontificato, intorno all’anno 200 prepose il suo diacono Callisto all’amministrazione dell’omonimo cimitero sotterraneo sulla via Appia (cfr. Ippolito autore dell’Èlenchos, noto anche come Refutatio omnium haeresium o Philosophumena), che poi prenderà il suo nome.
È la prima proprietà comunitaria della Chiesa romana – nella testimonianza di Ippolito (Èlenchos IX, 12,14) l’area in questione è definita «il cimitero » per antonomasia – e ne costituì un suo momento fondamentale: l’atto di nascita ufficiale di un cimitero comunitario, e dunque aperto all’accoglienza di tutti i fratelli nella fede, indipendentemente dalla loro estrazione sociale.
Nello stesso periodo nacquero i cimiteri ipogei collettivi in altre zone del Suburbio, come la catacomba di Domitilla sulla via Ardeatina, quella di Priscilla sulla Salaria e di Protestato sull’Appia.
Anche le comunità ebraiche ebbero dei cimiteri sotterranei simili alle catacombe cristiane (cfr. Villa Torlonia, sulla via Nomentana, e nella Vigna Randanini, sull’Appia), ma la loro datazione si ritiene posteriore a quelle cristiane.
Proprio i cimiteri comunitari della prima metà del III sec. attestano chiaramente l’espansione della locale comunità cristiana e lo sviluppo della sua organizzazione, confermata da altre fonti, come la lettera del vescovo di Roma, Cornelio, riportata poi da Eusebio (cfr. la sua Historia, VI, 43, 11), che attesta attorno all’anno 250 la presenza nella Chiesa di Roma di 46 presbiteri, 7 diaconi, 7 suddiaconi, 42 accoliti e altri, per un totale di 155 persone, aggiungendo che la comunità soccorreva regolarmente 1500 persone tra vedove e indigenti (questo è il dato numerico più attendibile che si conosca su Roma cristiana nel mondo antico).
Dal concilio di Efeso del 431, che ne sancì la divina maternità, l’Urbe vantò il felice primato del maggiore numero di chiese dedicate a Maria (cfr. Santa Maria Maggiore, Santa Maria in Trastevere, Santa Maria Antiqua, Santa Maria in Aracoeli e Santa Maria ad Martyres, fra le più antiche).
I titoli - Papa Dionigi, o Dionisio (259-268), riorganizzò la comunità romana.
Il Liber Pontificalis gli attribuisce la ripartizione tra i membri dell’alto clero delle chiese e dei cimiteri, e la costituzione delle diocesi: «presbiteris ecclesias dedit et paroecias dioecesis constituit» (notizia oggi ritenuta anacronistica).
All’interno delle sette regioni si trovavano le circoscrizioni dei venticinque titoli, che dall’età tardoantica avevano certamente un proprio distretto (al cui interno c’erano quelli «parrocchiali»), i cui confini rimangono ignoti, come pure la data della loro origine (il loro riferimento all’età precostantiniana è oggi ritenuto una forzatura).
Il luogo del culto divino a Roma era detto biblicamente «Titulum »; chiamato «Casa di Dio, «Casa del Signore», in greco; e in latino «Dominicum ».
I titoli, che assieme alle cinque maggiori basiliche probabilmente avevano l’esclusivo potere di amministrare il battesimo, erano gli antenati delle odierne parrocchie e avevano una base territoriale in cui i loro presbiteri tenevano la cura d’anime: fino a oggi se ne è accertata con sicurezza l’esistenza a partire dalla seconda metà del IV . In queste chiese, «quasi diocesi», avveniva la riconciliazione dei penitenti (lapsi) e l’istruzione prebattesimale di coloro che si convertivano dal paganesimo: san Girolamo denunciò il fenomeno dei troppi cristiani «solo di nome » (cfr. Ep. 45,4,2; 125,6,3).
Sorsero così le prime «parrocchie», Ecclesiae Parochiales; il relativo termine greco non cristiano di «Parà oikias» (presso le case, cioè fuori di esse) fu probabilmente adattato alla situazione di una religione non ammessa e costretta a essere praticata nelle case private.
I loro primi archivi andarono perduti nel sacco di Roma dell’anno 1527, eccetto un solo libro di Stato delle Anime del 1430.
I fedeli, infatti, non avevano disposto fino allora di pubblici luoghi di culto, riunendosi in case private – le domus ecclesiae – messe a disposizione dai più facoltosi, e dove si svolgeva la liturgia e la catechesi.
Al loro esterno appariva il cognome del proprietario, o della famiglia che vi abitava.
Questa targa era detta titulus.
Dopo la pace costantiniana, sulle loro fondamenta, oramai di proprietà della Chiesa, pare fossero costruite le chiese romane più antiche ancora oggi esistenti.
Tale processo avvenne in concomitanza con la nascita delle prime diocesi fuori Roma per opera dei pontefici, che a loro volta, per combattere le superstizioni e il culto agli idoli, divisero il territorio diocesano in plebes o parrocchie, stabilendo in ognuna uno o più ecclesiastici alla cura delle anime.
Se si deve ritenere interpolata la notizia tratta dal Liber Pontificalis rispetto ai tituli istituiti da Anacleto ed Evaristo, facendo risalire all’epoca apostolica la situazione esistente nel VI sec., è certo che, essendo assimilabili a ciò che si intendeva per parrocchia (tale termine, nella sua accezione moderna, compare per la prima volta nell’alto Medioevo romano nella vita di papa Sergio II: cfr.
Liber Pontificalis, II, p. 92), la loro giurisdizione e organizzazione è stata oggetto di particolari cure fin dall’inizio, anche quando vi erano solo tituli di proprietà privata, comprendenti anche l’abitazione che ospitava la sala delle riunioni (questa spontaneità privata non pare escludere a priori l’intervento stesso dell’episcopus, volto a suggerire la nascita di una ecclesia in un luogo particolare, come sembra sostenere la tesi di Fiocchi Nicolai in merito alla possibile edificazione di alcune basiliche, che rivelerebbe la presenza di una specie di vero e proprio «piano regolatore »).
Quasi tutti i tituli si trovavano a poca distanza dall’antica cinta muraria di Servio Tullio, e pertanto dalle vicinanze del Velabro a Trastevere, dal Celio all’Aventino, dall’Esquilino alla Suburra, ai lati della via Appia.
Di essi si posseggono diversi elenchi tratti dalle sottoscrizioni dei relativi presbiteri nei due sinodi romani del 499 e del 595 (cfr.
Geertman), anche se non tutte le identificazioni sono certe (per esempio, Pammachii, Nicomedis, Romani, Laurenti).
Regione I: Crescentianae poi s. Sixti (San Sisto Vecchio); Fasciolae poi ss. Nerei et Achillei (Santi Nereo ed Achilleo); Tigridae poi s.
Balbinae (Santa Balbina); Priscae poi s. Priscae (Santa Prisca); (s.) Sabinae poi s. Savinae (Santa Sabina).
Regione II: Vizantis (Santi Giovanni e Paolo); Aemilianae poi ss. Quattuor Coronatorum (Santi Quattro Coronati).
Regione III: s. Clementis (San Clemente); Apostolorum poi ss. Apostolorum poi Eudoxiae e S. Petri ad Vincula o in Vinculis (San Pietro in Vincoli); Matthei o Nicomedis poi ss. Petri et Marcellini (Santi Pietro e Marcellino); Aequitii poi s. Silvestri (Santi Silvestro e Martino ai Monti); Pudentis poi s. Pudentis (Santa Pudenziana, titulus attestato verso la fine del IV . secondo l’epitaffio del lettore Leopardus, datato al 384, che evidenzia l’esistenza di una gerarchia locale già organizzata risalente attorno alla metà del II sec.); Praxidae poi s. Praxedis (Santa Prassede, titulus attestato alla fine del V . secondo l’iscrizione funeraria di Argyrius, rinvenuta nella catacomba di Sant’Ippolito e datata 489); Eusebi poi s. Eusebi (Sant’Eusebio).
Regione IV: Cyriaci poi s. Quiriaci (San Ciriaco in Thermis); Gai o ad Duas domos poi s. Susannae (Santa Susanna); Vestinae poi s.
Vitalis (San Vitale); Regione V: Marci poi s. Marci (San Marco); Marcelli poi s. Marcello (San Marcello al Corso).
Regione VI: Lucinae poi b. Laurentii (San Lorenzo in Lucina); Damasi poi s. Damasi (San Lorenzo in Damaso).
Regione VII: Anastasiae (Sant’Anastasia); Iuli poi s. Iuli et Calisti (Santa Maria in Trastevere); (s.) Caeciliae poi s. Caeciliae (Santa Cecilia in Trastevere); Chrysogoni poi s. Chrysogoni (San Crisogono).
Di particolare interesse, tra quelle risalenti all’epoca apostolica, Santa Pudenziana al Viminale, che la tradizione vuole sia la prima chiesa eretta in Roma, certamente uno dei tituli più antichi che la rende una delle prime parrocchie romane.
Il palazzo apparteneva a Caio Mario Pudente, ricco e influente senatore di Roma, della famiglia degli Acilii Glabriones.
Lo stesso Paolo nella seconda lettera a Timoteo cita tra gli amici della comunità di Roma il nome di Pudente (2Tm 4,21) e, due versetti prima, Aquila e Prisca (il Ferrua ha dimostrato l’infondatezza della leggenda della costruzione della chiesa di Santa Prisca sopra la loro casa sull’Aventino).
Le domus ecclesiae presentavano un aspetto dimesso, confondendosi con le centinaia di case allora prese in affitto.
Nella Roma precostantiniana, infatti, il cristianesimo non aveva ancora lasciato tracce troppo evidenti nella città, che l’occhio di un viaggiatore potesse notare al di là dei templi delle antiche divinità, dei palazzi del potere e dei teatri per gli spettacoli, anche se nell’anno 258 l’imperatore Valeriano dimostrò di conoscere molto bene la loro organizzazione ecclesiastica, emettendo editti che vietavano di tenere riunioni o di entrare nei cimiteri, ossia nelle catacombe (come San Sebastiano o Memoria Apostolorum), dove certo non si svolgevano le riunioni liturgiche dei cristiani (cfr. Eusebio, Historia VIII, 11, 10).
Le basiliche ancora non esistevano e le chiese titolari in Roma erano sovraffollate, come attesta san Giustino: «Noi non possiamo riunirci tutti insieme in uno stesso luogo e così ognuno se ne va dove può e dove vuole».
Particolarmente stretta era la comunione col vescovo, visto l’ordine che gli accoliti (mansionari) avevano di portare il fermentum nelle chiese titolari, ove il celebrante lo deponeva nel calice al momento del «Pax Domini», e come i presbiteri che venivano inviati a celebrare nelle chiese titolari ritornassero poi al collegio presbiterale del vescovo.
L’insediamento stabile di presbiteri nei villaggi più lontani dalla città avvenne verso la fine del III e gli inizi del IV sec., facendo così sorgere la parrocchia nell’accezione canonica del termine (papa Zosimo nel 417 protesterà contro il diffondersi arbitrario delle parrocchie).
Circa lo sviluppo delle comunità cristiane all’interno di Roma e dei suoi centri liturgici, preziose notizie provengono dal numero dei cimiteri esistenti lungo le vie consolari, corrispondenti ad altrettanti centri cristiani urbani.
Nell’intervallo tra i due sinodi romani già citati, del 499 e del 595, lo sviluppo del culto dei martiri determinò l’identificazione del donatore o del fondatore del titolo riportato nel primo elenco con il santo omonimo del secondo, suddivisi dall’Ordo romanus I – datato tra la fine del VII e l’VIII sec. – nelle sette regioni ecclesiastiche (rimarranno in vigore fino alla metà dell’XI sec.), dette anche «diaconie».
Ognuna aveva un proprio diacono regionario dal quale dipendevano i sette suddiaconi regionari e un numero di accoliti.
Al sistema regionale si riferivano anche i notarii, i defensores e tutti i chierici della città, anche quelli dei tituli; ciò rendeva i cardinali diaconi superiori ai cardinali presbiteri, e saranno nell’VIII . i più potenti chierici di Roma (sulla derivazione augustea delle regioni come sull’importanza dei rioni o delle chiese battesimali, il dibattito è ancora aperto).
Tra le altre funzioni svolte dalle regioni c’era quella di regolamentazione delle processioni e del sistema stazionale (uso attestato a partire dal V sec.), che riguarda le chiese dove il romano pontefice andava a celebrare in un determinato giorno dell’anno: espressione genuina della funzione pastorale svolta dal vescovo di Roma.
Sempre nel sinodo del 499 si sottoscrissero ventinove presbiteri titolari che appartenevano ad altrettante istituzioni parrocchiali.
Occorre tener presente che accanto ai titoli – complessi parrocchiali – esistevano anche molte chiese devozionali, che commemoravano le testimonianze di fede date dai martiri, anche non romani.
La più antica fu quella dedicata dall’imperatrice Elena alle memorie della Santa Gerusalemme (a conferma della filiazione di Roma con tale città e dell’eredità del primato ricevuto tramite Pietro).
Alla data del sinodo del 313 la situazione nell’Urbe non era tranquilla, a causa del donatismo, come attesta l’Epigramma Damasiano, che indicava in questo il motivo dell’esilio di papa Marcello a opera di Massenzio.
Del resto la Indulgentia Maxentii, se concedeva la libertà ai cristiani, non fu seguita dalla restituzione dei loro beni, non perché mancasse il relativo rescritto, ma perché inapplicabile per la mancanza di un capo della comunità (in quel tempo i beni venivano intestati solo alle persone fisiche).
Roma poté chiedere il rescritto solo dopo l’elezione di papa Milziade (o Melchiade), quando la sua comunità superò le divisioni interne.
Determinante fu l’azione di papa Leone Magno (440-461), nei cui sermoni stupendamente risalta la grandezza del ruolo e del prestigio della Sede romana.
Contribuì non poco alla cristianizzazione della vita cittadina dell’Urbe attraverso la celebrazione delle collette a favore dei poveri (raccolte in tutte le chiese delle sette regioni di Roma, venivano poi distribuite «per presidentium cura »).
Nel 443, sempre Leone Magno esortò i fedeli romani a denunciare ai presbiteri i manichei.
Nel 449 presiedette il sinodo romano e istituì (secondo il Liber Pontificalis) i cubicularii: presbiteri che si dedicavano alla custodia dei sepolcri di Pietro e Paolo.
Ordinò, sempre secondo il Liber Pontificalis, 81 presbiteri, 31 diaconi e 180 vescovi.
Su questa linea si pose il pontificato di Simmaco, che poté esercitare la sua giurisdizione su tutta la città, dopo la convocazione del concilio del 499 in San Pietro, nel quale era riuscito a fissare le modalità d’elezione del vescovo di Roma, fino allora svincolata da regole precise.
Oltre ai vescovi d’Italia, vi partecipò anche il clero romano, che gli era contrario, a esempio, per la gestione del patrimonio della Chiesa e il controllo dei tituli (chiese finanziate dal fondo centrale del vescovo e servite dal suo clero, le quali, a Roma, avevano anche dotazioni separate).
Si dovette ricorrere a un altro sinodo, iniziato il 6 novembre 501, che aprì la via allo scisma romano detto «laurenziano» e alla guerra civile, conclusasi nel 506.
Cessata la condizione di «religio illicita », Costantino, prima di lasciare Roma, nel gennaio 313 donò a papa Milziade la proprietà suburbana della casa del Laterano sul Celio (la Domus Faustae), che aveva ereditato dalla moglie Fausta, sorella di Massenzio: qui infatti si tenne il primo concilio di Roma del 313 – «in domum Faustae in Laterano convenerunt» –, contro l’eresia dei donatisti.
Pertanto, tutta o parte di essa divenne ufficialmente la domus ecclesiae del vescovo di Roma, cioè la sua prima sede, sorta sul luogo dei castra degli Equites Singulares, ormai vuota dopo lo scioglimento del corpo.
Qui, prudentemente, senza dover ricorrere a espropri, l’imperatore ordinò che fosse costruita una grandiosa basilica in onore di quel Dio che gli aveva concesso la vittoria sul rivale Massenzio: essa, da allora, è la più antica basilica di Roma e di tutto l’Orbis Christianus.
La costruzione durò circa sei anni e probabilmente fu inaugurata il 9 novembre 318 (l’anniversario della sua dedicazione viene celebrato in questo giorno fin dal XII sec.).
Rimase abitazione dei papi fino al tempo della residenza avignonese, continuando comunque a rimanere la cattedrale della Chiesa di Roma e il centro della sua organizzazione ecclesiastica (distrutta da un incendio la sera del 6 maggio 1308 e di nuovo nel 1360, fu sempre ricostruita).
Proprio dal battistero e dagli annessi oratori dedicati ai Santi Giovanni Battista ed Evangelista la basilica costantiniana del Santissimo Salvatore prese, nel Medioevo, il nome con cui oggi è conosciuta: San Giovanni in Laterano (sul così detto quartiere «ecclesiastico» che si sarebbe presto sviluppato attorno al Laterano vedi gli studi del Krautheimer).
Oltre alla chiesa cattedrale, Costantino continuò la sua politica monumentale a favore della Chiesa di Roma (cfr. quella «privata» del Sessorium, e le grandi basiliche funerarie in onore di san Pietro, san Paolo, san Lorenzo ecc.).
I papi nel difficile periodo delle invasioni barbariche esercitarono un ruolo importantissimo a difesa della città e dei romani, ad iniziare dalla stessa tomba dell’apostolo Pietro, che secondo Orosio incuteva un particolarissimo timore ai soldati di Alarico durante il saccheggio di Roma avvenuto nel 410, per poi proseguire con il già ricordato Leone Magno, che personalmente affrontò Attila salvando Roma e l’Italia dalla devastazione degli unni nel 452, e che ancora nel 455 salvò la città da Genserico.
La basilica di San Pietro restò immune nel terzo sacco di Roma, avvenuto nel 472 da parte degli eserciti dell’ariano Ricimero.
Dal 476 Roma passò alle dipendenze dell’Impero romano d’Oriente.

II - L’età medievale
La figura del vicario del papa in Roma – benché dotato di una ben diversa autorità rispetto a quello che oggi abitualmente chiamiamo il cardinale vicario – assume una particolare valenza come chiave di lettura della vita della prima e più antica diocesi d’Italia e del mondo.
Anche se da un lato la figura del Vicarius Papae in Urbe pare perdersi prima del XIII sec., lasciando intravedere i possibili lineamenti di alcuni «precursori» del vicario generale del pontefice fin dall’età apostolica (figure talvolta collegiali e talvolta singole), dall’altro i pur recenti studi monografici non hanno ancora consentito di colmare la lacuna storiografica relativa a questa diocesi – sede del sommo pontefice, della curia romana e del collegio cardinalizio –, la cui curia è il vicariato di Roma.
Tale termine – nell’accezione propria di uno stabile Vicarius in Spiritualibus casibus in Urbe – non appare fino a oggi documentato prima del XII . Suscitano pertanto perplessità studi come la Cronologia dei vicarii di Roma e suo Ristretto..., che ricostruisce la serie vicariale dall’anno 44 al cardinale Marcantonio Colonna (finendo per contare ben 138 vicari), o le liste dei vicari fornite dall’Honorante, dal Ponzetti, dal Crostarosa, dal Ferrari e dal Moroni, che ugualmente iniziano dai tempi apostolici.
La confusione si accentua poi per la stessa varietà dei titoli usati per individuarlo: Magistratus magnus, supremus Magistratus principis, Cardinalis vice Sacra Antistes Urbis, vice Sacra Antistes religionum Urbis, Cardinalis vice Sacra fungens, Vicarius perpetuus Papae ecc.
(cfr. il Moroni); i canonisti più antichi lo definiscono «Vicario del Papa», mentre i moderni parlano di «Vicario di Roma» o di «Cardinale Vicario di Roma» o semplicemente di «Cardinale Vicario »; Benedetto XIV parla di «Ordinario di Roma e del suo Distretto», il Ponzetti di «secondo Ordinario di Roma», l’Eubel di «Vicario in Spiritualibus e Vescovo Ausiliare del Romano Pontefice» (si faccia attenzione, in ogni caso, a non scambiarlo con il «Vicario di Roma» nel senso laicale, di cui spesso si parla nei Registri Vaticani del XIII e XIV sec.).
Ritornando al momento dell’apparire della sua figura, altri studiosi, come il De Rossi e il Marucchi, lo fanno risalire a Marea (VI sec.), il Garampi al pontificato di Alessandro III, il Baumgarten al 1106, il Fournier al 1140, il Brambilla al 1198, l’Eubel al 1207, l’Ilari al 1558.
Incertezza per lo più derivante dalla scarsità delle fonti a disposizione – per la quasi totalità riconducibili ai soli documenti papali –, che rendono la diocesi di Roma non ancora sufficientemente studiata dal punto di vista della sua eccezionale particolarità e unicità, che la distingue da ogni altra realtà diocesana al mondo.
«Promulgando la nuova costituzione [Vicariae potestatis in Urbe], noi intendiamo attestare la nostra consapevolezza di Vescovo di Roma, che giustifica e sostiene quella Pontificia.
È infatti proprio in quanto Successore del beato Pietro in questa Sede romana che noi ci sappiamo investiti del compito formidabile di Vicario di Cristo in terra e perciò di Supremo Pastore e Capo visibile della Chiesa universale», dichiarava al clero romano Paolo VI l’8 gennaio 1977.
Già prima, la costituzione dogmatica Pastor aeternus del concilio Vaticano I, richiamandosi alla dottrina dei grandi concili ecumenici della Chiesa indivisa, solennemente affermava che «la Chiesa romana possiede, per disposizione del Signore, un primato di potere ordinario su tutte le altre e che questo potere di giurisdizione del romano pontefice, essendo veramente episcopale, è immediato» (cfr. H.
Denzinger, Enchiridion Symbolorum, 3060).
La successiva rilettura fattane dalla Lumen gentium del concilio Vaticano II, non mancò ugualmente di sottolineare che lo stesso rapporto tra la sede – la cathedra, la sedes – e il vescovo che la occupa, nasce nell’attribuzione a quest’ultimo dell’infallibilità quando parla ex cathedra, cioè dalla sua sede.
Dal punto di vista storiografico questa composita identità non è ancora stata colta in tutti i suoi aspetti, scivolando di volta in volta verso una lettura della diocesi nel quadro delle vicende del papato e della curia romana o verso l’isolamento della figura del suo vicario.
Ben a ragione monsignor Clemente Riva riconosceva che «la diocesi di Roma ha forse pagato un alto prezzo al fatto della funzione universale insita nel suo vescovo, sentito piuttosto come papa che come suo pastore».
Certamente il suo profilo diocesano, delineatosi con particolare lentezza e fatica a partire dall’epoca apostolica, non consente di classificarla interamente nelle griglie interpretative indicate dal concilio di Trento, e secondo quella tipologia di poteri e di funzioni proprie delle altre diocesi d’Italia (vedi la locale presenza nel tempo di più giurisdizioni ordinarie di carattere episcopale).
Ciò è dovuto all’ancora più lento sviluppo dell’autorità stessa del cardinale vicario, che non è un qualunque vicario di una qualsiasi diocesi, ma il vicario del vescovo di Roma, il romano pontefice, insignito dell’ordine episcopale e della dignità cardinalizia.
Ciò è avvenuto sulla spinta di molteplici e complessi fattori ecclesiastici e civili, dogmatici e giuridici, e dal relativo processo dicotomico tra basso clero (parrocchie, diaconie, santuari, oratori, a contatto con i fedeli) e alto clero (amministrazione burocratica e servizi liturgici inerenti al pontificato), secondo l’interpretazione del Duchesne e dell’Andrieu; o tra clero diocesano e clero papale, secondo l’Ilari.
«Per paradossale che possa sembrare, una storia religiosa di Roma – non della Chiesa o della curia romana, che sono altra cosa – ma del popolo romano, non esiste» riconosceva con lucidità Raoul Manselli in una tavola rotonda ricordata dal Fiorani, osservando poi come alcuni tra i più autorevoli storici del Medioevo romano, da Gregorovius, a Reumont, a Grisar, la trattavano in modo non proprio esauriente.
Anche se non esiste uno studio completo sulle vicende delle parrocchie romane, sul passaggio dall’universus clerus (in negativo, tutto ciò che non è patriarchio) al clero romano non curiale, sulle visite apostoliche e sulla figura del cardinale in relazione agli enti ecclesiastici a cui era preposto, la necessità di nuove e approfondite ricerche sulla presenza del sommo pontefice, non in quanto vescovo della Chiesa universale, ma in quanto pastore dell’Urbe, non appare più dilazionabile.
Così, se da un lato la storia del papato – vicarius Christi (titolo tardo; almeno fino all’VIII sec. i papi si definivano Vicarius Petri) – ha da sempre concentrato su di sé l’attenzione, distogliendo interesse verso le sue proprie strutture vescovili, che lo rendono ancora prima episcopus Romanus, dall’altro, a seconda dei vari periodi storici, le due figure hanno finito per sovrapporsi, perdendo di fatto visibilità.
La diocesi di Roma, se viene enormemente arricchita dal fatto di riflettere la vita stessa della Chiesa, dall’altro ne risulta pesantemente condizionata, in virtù della continua stringente dialettica con la società civile, variamente scossa dalle terribili temperie politiche, rivoluzionarie e ideologiche che l’hanno attraversata.
Noti studiosi, come il Fiorani, hanno così intravisto nella figura del Vicarius in Spiritualibus una presenza e una possibilità piuttosto limitate – addirittura un semplice fantasma (Schattenbild) per Gregorovius –, riducendosi in sostanza a un ruolo di secondo piano nel governo dell’Urbe.
All’interno di questo scenario appena abbozzato – sufficiente però a evidenziare alcune sottostanti problematiche teologiche, pastorali, giuridiche e amministrative –, appare utile sottolineare, all’interno di una scansione rigidamente cronologica della storia di questa diocesi, almeno alcuni tra gli aspetti più significativi della figura del cardinale vicario proposti da recenti e lodevoli studi: in particolare, quelli condotti dal Cuggiò, dall’Eubel, dal Brambilla, dal Caselli, dall’Ilari, dal Tulli e dal Rocciolo.
Di particolare importanza saranno poi i contributi monografici dedicati alla Romana fraternitas, al seminario romano e alle diverse forme di vita cristiana cittadina nelle varie epoche, pubblicati su riviste specializzate (cfr. «Ricerche per la storia religiosa di Roma» o «Roma moderna e contemporanea»), i progressi della ricerca storica (cfr. le iniziative della Società romana di storia patria), e le scoperte archeologiche ed epigrafiche legate, fra tutti, al De Rossi, al Marucchi, al Ferrua e al Fasola.
I romani pontefici e la Chiesa di Roma - Nella loro attività i primi papi furono coadiuvati dai chierici della Chiesa di Roma e dai vescovi suburbicari, che presto arrivarono a organizzarsi per l’assolvimento dei loro compiti.
Venivano reclutati fra il clero delle regioni di Roma, come notai e difensori apostolici, fra i chierici palatini, come giudici, e dalle principali chiese titolari (dette anche «cardinali», dando così poi il nome a una categoria sempre più importante di ministri papali).
I notai, guidati dal primicerio, per primi acquisirono una propria fisionomia e formarono un proprio collegio; impiegati della cancelleria papale, frequentemente svolgevano su incarico del romano pontefice missioni fuori l’Urbe.
I difensori, anch’essi guidati da un proprio primicerio, svolgevano compiti amministrativi e giuridici.
A partire dall’VIII sec. compaiono sei diaconi palatini, guidati dall’arcidiacono.
Accanto a loro emergono sette giudici palatini che, oltre ai primiceri dei notai e dei difensori, forniscono anche l’arcario, il sacellario e il protoscriniario.
Dai diaconi regionari e palatini e dai sacerdoti, preposti alle venticinque chiese più importanti di Roma, prenderanno piede, con l’aggiunta dei vescovi suburbicari, i «cardinali», come principali collaboratori dei sommi pontefici.
Da osservare, comunque, come tutto ciò non costituiva ancora la curia romana nella forma di Dicasteri (unica eccezione per gli uffici della cancelleria, della camera apostolica, della dataria e della penitenzeria), anche se sosteneva l’attività pontificia, senza distinzione fra quella svolta in favore della Chiesa romana e quella in favore della Chiesa universale.
Da qui la difficoltà a ben definire i due ambiti.
Il lento processo di ampliamento dello «spazio cristiano» urbano e suburbano nell’Urbe giungerà a una tappa significativa nel VI sec., quando, per essere meglio coadiuvati nell’esercizio cittadino dei loro poteri, i somani pontefici avvertirono la necessità di munirsi di un alter ego, il Vicarius Urbis, generalmente insignito di carattere episcopale, al quale furono conferite deleghe solo in Spiritualibus casibus prima (sono le facoltà nello spirituale delegate al vicario), e anche in temporalibus poi.
In questa accezione del termine, secondo alcuni autori, la biografia vicariale più antica risalirebbe al pontificato di Vigilio.
Il 25 novembre 545 egli lasciò improvvisamente Roma scortato dalle forze militari bizantine per rifugiarsi in Sicilia, rompendo in tal modo il legame con la comunità cristiana dell’Urbe, che si vedeva abbandonata nel momento più tragico della sua storia, dovuto alla carestia e alla minaccia di conquista.
Il papa fece comunque di tutto per essa, procedendo ad alcune ordinazioni di presbiteri e di diaconi, e, sempre secondo il Liber Pontificalis, mandando verso Porto, rimasta in mano ai bizantini, un convoglio carico di viveri destinati ad approvvigionare Roma (riconquistata nel frattempo da Totila).
Esso era scortato dal diacono Ampliato, che doveva sovrintendere all’amministrazione dei beni della Chiesa, e da Valentino, vescovo di Santa Rufina e Seconda, preposto al governo del clero; dunque vicario.
Catturato dai goti, Valentino non poté svolgere il suo incarico (gli furono tagliate le mani); ma Ampliato sarebbe riuscito a fuggire svolgendo l’incarico di «vices pontificis» a Roma dal 552, secondo Pelagio (ep. 14).
Comunque ,sappiamo per certo che a Roma il presbitero Mareas era «Praesulis in vicibus» del papa Vigilio – anche se non sono chiari gli uffici che ha esercitato – grazie a quanto trasmessoci da un’epigrafe obituaria incisa in una lapide opistografa scoperta da Giovanni Battista de Rossi nel 1869 nella soglia marmorea di una porta murale della basilica di Santa Maria in Trastevere, e dal Liber Pontificalis.
Trovandosi a gestire una situazione molto tesa a motivo dell’assenza del suo vescovo, Marea – come recita l’elogio – venne considerato «meritus pontificale decus»; egli morì nel 555.
Valentino e Marea sarebbero dunque i primi «vicari» certi del papa fino a ora conosciuti (altri studiosi ritengono che solo a partire dal XII sec., prima in modo occasionale e poi stabile, si possa parlare – con un grado di maggior certezza – di Vicarius in Spiritualibus in Urbe).
L’affermazione dell’Urbs come capitale religiosa, iniziata col pontificato di Leone Magno, si rafforzò con Gregorio I.
Dopo la scomparsa del senato a fine VI sec., i papi cominciarono di fatto a esercitare il potere temporale; attorno al Mille Roma subì l’allontanamento definitivo dall’impero, trovando la sua massima espressione nel XIII sec.: Roma caput mundi.
In quel periodo la popolazione cittadina, ridotta a poche decine di migliaia di abitanti, si concentrò verso il centro monumentale, come testimonia la costruzione dei relativi edifici cristiani nel Forum e nel Campo di Marte (il Pantheon fu trasformato in chiesa da Bonifacio IV).
All’interno di tale area, le guide per i pellegrini – per esempio l’Itinerario di Einsiedeln – attestano rispettivamente l’esistenza tra le quindici e le venti chiese o monasteri.
Pipino il Breve difese la città di Roma di fronte all’invasione dei longobardi del 754-756, e affidò al papa l’amministrazione della città e delle regioni limitrofe, distaccandole dall’impero d’Oriente.
In quegli anni, infatti, nacquero gli Stati pontifici, mentre il Suburbio di Roma giaceva in uno stato di pietoso abbandono e mentre terminavano i pellegrinaggi alle chiese dei martiri, di cui non era più possibile assicurare il restauro da parte dei romani pontefici, a causa della diffusa povertà.
In seguito al saccheggio di San Pietro, compiuto dai saraceni nell’846, Leone III volle far erigere la fortificata civitas Leonina.
Essa fu realizzata e consacrata da Leone IV nell’853, e si aggiunse al castrum Sancti Angeli (non basterà però a evitare il saccheggio del 1084 a opera dei normanni di Roberto il Guiscardo).
Ripetute epidemie di peste colpirono la città ogni venti anni circa (1348, 1363, 1383, 1400), mentre l’espansione urbana veniva veicolata dagli insediamenti ecclesiastici (cfr.
le lottizzazioni legate al monastero di San Ciriaco in via Lata, rione Trevi, di Santa Maria in Campo Marzio, rione Colonna e di San Silvestro in Capite, Campo Marzio).
Il monachesimo - Le origini del monachesimo a Roma sono legate all’iniziativa privata: Marcella, rimasta vedova, trasformò la sua casa sull’Aventino in monastero, e l’esempio fu subito seguito da molte altre matrone, tanto da far ritenere Roma «una piccola Gerusalemme» (cfr. Girolamo Ier. Epist. XXII = CSEL 54 143-211).
Sisto III fonderà il monastero ad catacumbas accanto alla basilica nata sulla memoria degli Apostoli, mentre Leone Magno costruirà quello dedicato ai santi Giovanni e Paolo presso la tomba di san Pietro.
Uno dei più antichi monasteri del Suburbio romano fu quello voluto da papa Ilaro (o Ilario, 461- 468) presso la tomba del martire Lorenzo.
Sulla vita monastica cittadina fino al pontificato di Gregorio Magno si hanno a disposizione rare informazioni (cfr.
le iscrizioni rinvenute a Sant’Agnese o a Sant’Agata).
Fu proprio il suo pontificato (590- 604) a caratterizzarsi per la grande importanza data all’impiego di monaci in attività pastorali e amministrative (prima di essere eletto papa, egli conduceva vita monastica nella propria casa ad clivum Scauri, trasformata in un monastero), che portarono a sminuire il potente ufficio dell’arcidiacono, entrando così in tensione con il clero romano (cfr. il caso di San Pancrazio); la sua politica fu continuata, a fasi alterne, anche dai pontefici successivi.
Fra il VII e l’VIII sec. si registrò a Roma anche la presenza del monachesimo greco (nella lista dell’806, di Leone III, vi appartengono ben cinque dei sette monasteri più importanti).
Significativo lo sviluppo dei «monasteria diaconiae» (cioè la loro associazione con le diaconie: istituzioni fondate per iniziativa del papa o di privati per la distribuzione del cibo o per l’esercizio di altre opere di carità) e la loro incidenza nella liturgia e nella musica cittadina, a tal punto da associare gruppi di monasteri alle basiliche maggiori per la celebrazione degli uffici divini: presso l’episcopio lateranense vi erano il monastero di San Pancrazio, fondato nella seconda metà del VI sec., quello fondato da Onorio I (monasterium Honorii), quello di Santo Stefano e quello dei Santi Sergio e Bacco de forma.
Quest’ultimo viene per la prima volta menzionato nella già citata lista di Leone III, che contava non meno di 47 monasteri a Roma e dintorni, più 23 «monasteria diaconiae», retti dal clero regolare per l’assistenza ai poveri e ai pellegrini.
La presenza di queste istituzioni preposte al servizio del Patriarchio – monasteri, xenodochia (strutture riservate esplicitamente all’accoglienza degli stranieri; nell’area del Laterano doveva trovarsi lo xenodochium Valerii), diaconie (a esempio Santa Maria in Cosmedin, Sant’Angelo in Pescheria ecc.), hospitalia – caratterizzarono in modo indelebile lo spazio urbano romano.
Sotto il pontificato di Adriano I (772-795) ogni giorno, presso il Patriarchio, venivano sfamati un centinaio di poveri, grazie ai prodotti che venivano custoditi nei magazzini del Laterano e provenienti dalla domusculta Capracorum, una delle aziende agricole pontificie che fornivano il necessario anche per il sostentamento del clero romano: «In usu et propria utilitate sanctae nostre Romane ecclesiae».
La Romana Fraternitas - Anche se l’istituzionalizzazione della figura del Vicarius Papae sarà importante nel segnare una nuova modalità di rapporto tra il papato e la città, dal VI all’XI . non si incontra ancora la sua presenza, in quanto la potestà vicaria veniva esercitata dall’arcidiacono, braccio destro del vescovo.
L’Ordo Romanus I mette bene in evidenza la sua dignità, definendolo Pontificis Vicarius.
Solo all’inizio del XII . i vescovi, di fronte al potere eccessivo assunto dagli arcidiaconi, cominciarono a sostituirli con i vicari generali, e il termine Vicarius Papae fu trasferito a un vescovo suburbicario.
Nella Chiesa romana, infatti, salirono in dignità e furono inquadrati nel suo «clero» – presente o meno il papa – da un lato i cardinali, che erano titolari e rettori delle principali chiese dell’Urbe, dall’altro i vescovi suburbicari, cioè delle diocesi limitrofe a quella romana, che si trovavano sotto la giurisdizione di un cardinale appartenente all’ordine episcopale.
Il delicato rapporto tra autorità pontificia e città – basti considerare l’assetto istituzionale delle basiliche, dei titoli e delle diaconie romane – si riprodusse nel complesso rapporto tra la curia romana e il Clerus Urbis.
Quest’ultimo, nell’XI sec. trovò nella Romana Fraternitas il suo baricentro, mettendo in luce la figura dell’arciprete, che sostituiva quella del cardinale in cura d’anime.
Questa nuova istituzione si consolidò con la costituzione promulgata nella basilica dei Santi XII Apostoli il 27 febbraio 1303.
Il manoscritto Casanatense 83 contiene il Publicum privilegium Statutorum et ordinamentorum Almae Urbis Fraternitatis, concernente l’esenzione dal versamento della portio canonica (aliquota sui proventi funerari spettante alla parrocchia del de cuius) concessa da Bonifacio VIII a tutti gli ordini mendicanti, e che la Romana Fraternitas – associazione del clero urbano – recepì, proclamandola in forma solenne a tutto il clero romano, convocato, per l’occasione, nella basilica suddetta.
Benché gran parte della documentazione relativa a questa importante istituzione sia andata perduta, le sue probabili origini vengono fatte risalire da alcune epigrafi, che la menzionano come associazione di tipo funerario, all’anno 984.
Alla fine dell’XI . essa comportò la sostituzione delle sette regioni ecclesiastiche, nelle quali si era organizzato fino allora l’intero clero romano (riducendo così il potere esercitato dal collegio diaconale), con le tre circoscrizioni, dette «partite».
La prima, «caput fraternitatis», si trovava a nord della città e faceva capo al titolo della basilica dei XII Apostoli – eletta dalle sette chiese della Valle (San Marcello, San Marco, Sant’Apollinare, San Trifone, Santa Maria in Aquiro, Santa Maria in via Lata e San Lorenzo in Lucina) –; la seconda era posta nella sua parte meridionale e faceva perno sulla diaconia della basilica dei Santi Cosma e Damiano; la terza nella sua parte centrale e faceva capo alla cappella di San Tommaso in capite molarum, oggi San Tommaso ai Cenci.
La direzione delle tre «partite» era assegnata ai membri del clero urbano e non a quello palatino o cardinalizio (nel catalogo di Cencio si trova il censimento di tutte le chiese fra le quali doveva distribuirsi il presbiterio).
Non più sette regioni, ma solamente una «diocesi», che però si confondeva in qualche modo con le diocesi suburbicarie, i cui vescovi dal IX all’XI sec. potevano ordinare il clero della Chiesa romana, come fosse il proprio (a eccezione delle chiese titolari).
Veri vicari del papa sostituivano sotto questo aspetto i diaconi regionari (i notai, i diaconi e i suddiaconi continuarono a essere chiamati «regionari», pur nell’eclissi dell’apparato regionale, in quanto membri del clero papale e in rapporto privilegiato con il Patriarchio, ossia con la sede del vescovo di Roma).
Nel contempo crebbero d’importanza come enti ecclesiastici le diaconie, tanto da confondersi con i titoli, come dimostra la loro successiva trasformazione in diaconie cardinalizie; tra il X e l’XI sec. diverse diaconie romane (due di esse imposero il proprio nome a due rioni: Sant’Eustachio e Sant’Angelo) esercitarono la cura d’anime, ed erano dette «parrocchie», dotate com’erano di un populus e di un arciprete che per molti versi va accostato al parroco.
Gli arcipreti, rilevando alcune incombenze dei cardinali presbiteri, segneranno il distacco tra il clero palatino e il clero in cura d’anime (bisogna a questo punto precisare che una certa differenza fra i due gruppi esisteva già nell’VIII sec., anche se ancora non esisteva il concetto di clero urbano, definito – in negativo – come ciò che non era clero palatino; cfr.
però il Liber Pontificalis, che accenna a una gerarchia interna al clero romano: i proceres de clero e i proceres de militia, contrapposti all’universus clerus).
A Roma gli arcipreti erano i capi dei collegi delle basiliche, dei titoli, delle diaconie e di alcune chiese importanti (il primo chierico romano a portare il grado di arciprete di un titolo fu un Benedictus di Santo Stefano al Celio, che compare nel 1003, mentre per le basiliche maggiori i primi arcipreti per Santa Maria Maggiore risalgono al 998-999, quelli di San Pietro al 999 e quello di San Giovanni al 1013).
A partire dal X sec. i titoli (di cui i cardinali presbiteri erano i superiori) non erano più le sole chiese dove si amministrava il battesimo, le così dette chiese «matrici».
Oltre alla diaconie, altre chiese vantavano titoli e prerogative simili.
Il collegio dei cardinali assunse un maggiore rilievo nella Chiesa di Roma dal 1059 con Nicolò II e definitivamente con il concilio Lateranense III (1079), quando fu loro riservato il diritto di eleggere il papa.
Per questo, quando durante la seconda metà dell’XI sec. i romani pontefici cercheranno di restituire il primato ai titoli, Alessandro II scrisse ai sette cardinali di San Pietro e agli altri, ricordando che le cappelle erano da loro dipendenti in ogni cosa: così Gregorio VII e Urbano II.
Il tentativo di voler riportare le diaconie, che avevano assunto nel frattempo forti connotazioni parrocchiali con l’esercizio del battesimo, sotto il controllo di un cardinale diacono o di un titolo, dimostra la particolare frammentazione esistente nel territorio.
Le diaconie furono portate a quattordici nel XII sec., coincidendo con i quattordici rioni di Roma.
Questi ultimi, anche per lo svilimento della figura medievale del loro «caporione» che culminerà tra il XVI e il XVII sec., come magistrature capitoline perdevano progressivamente importanza.
Del resto, durante il XIV . anche la Romana Fraternitas iniziò a perdere forza a causa del rafforzamento dei poteri del vicario, anche se rimase sempre unica responsabile nella direzione dei funerali e nella sepoltura dei morti.
Questa prerogativa fu conservata al camerlengo del clero – membro eletto dai parroci –, epigono del collegio dei rettori della Romana Fraternitas (da non confondersi con il camerlengo incaricato di presiedere la Camera apostolica e con il camerlengo che aveva una funzione preminente nel collegio cardinalizio), nonostante fosse contestata dalle potenti confraternite laicali, che si arrogavano il diritto di procedere alle sepolture in modo indipendente.
L’inesorabile suo declino – concomitante a quello del sinodo romano o del concilio – crebbe con Giovanni XXII, ben consapevole dell’inopportunità di mantenere il collegio dei rettori della Romana Fraternitas in una posizione di priorità nella diocesi (la giurisdizione della Romana Fraternitas in quel momento si estendeva su 314 chiese, 785 sacerdoti secolari, 317 sacerdoti religiosi, 8 abati, 126 monaci, 470 monache, 97 ospedalieri e 260 reclusi).
Per questo rese il suo vicario in Spiritualibus, Andrea, vescovo di Terracina, responsabile della destinazione delle offerte che si raccoglievano nella basilica di San Paolo, e non il collegio dei rettori; anzi aumentò ancora i poteri del suo vicario in Spiritualibus in occasione della nomina, del 14 febbraio 1325, di Angelo Tignosi, vescovo di Viterbo, al quale conferì ampie facoltà per la visita di tutti i luoghi ecclesiastici, specificando come anche il monastero di San Paolo non rimaneva escluso dalla sua giurisdizione.
Il 5 giugno 1325 il papa, con quattro lettere inviate al suo vicario Tignosi e una ai rettori della Romana Fraternitas, ribadiva definitivamente il suo orientamento: rafforzamento dei poteri del vicario (amministrazione dei sacramenti, relazioni fra gli ordini religiosi, potere di controllo sui rettori), anche se riconosceva la validità giurisdizionale del collegio dei rettori, approvando la loro elezione nel numero di dodici.
Sempre nella medesima lettera, Giovanni XXII stabiliva che i rettori non potevano rimanere in carica per più di due anni e che la loro giurisdizione non si estendeva più alle cause di usura e al matrimonio degli ebrei, come sugli stessi ebrei e alle liti e questioni connesse con gli eretici, togliendo loro anche la giurisdizione delle chiese depositarie dei titoli cardinalizi o che venivano date in commenda ai cardinali e loro familiari.
La vera svolta avvenne il 23 luglio 1325, quando il papa inserì per la prima volta la Romana Fraternitas nella categoria degli ecclesiastici residenti in Roma, assoggettandola così di fatto alla giurisdizione del suo vicario generale, le cui facoltà furono ancora aumentate nella successiva lettera del 13 agosto dello stesso anno.
Il collegio dei rettori della Romana Fraternitas perdette così definitivamente quella potestà ordinaria vicaria dipendente direttamente dallo stesso pontefice, di cui aveva goduto fino a poco prima della metà del XIV sec., a vantaggio del Vicarius Papae (sulla Romana Fraternitas vedi le diverse interpretazioni avanzate dal Moretti, dall’Armellini, dal Ferri e dal Kehr).
Il Vicarius Papae - I confini della diocesi di Roma durante il Medioevo rimangono sconosciuti e ricostruibili solo in «negativo », attraverso le informazioni sulle diocesi suffraganee, sulle quali il papa esercitava il suo controllo.
Per esempio, nell’XI . Trastevere, l’isola Tiberina e persino l’acqua del fiume Tevere appartenevano alla diocesi di Porto (nel 1119 Santa Rufina e Porto furono riunite e la giurisdizione sulla sponda del Tevere permetteva di celebrare nel rione di Trastevere, oltre ad avere a disposizione il palazzo nell’isola Tiberina; il vescovo di Porto abitò, infatti, da almeno l’XI . nell’isola Tiberina, propaggine della sua diocesi, che comprendeva anche la chiesa dei Santi Adalberto e Paolino, oggi San Bartolomeo), mentre le abbazie di San Paolo fuori le Mura e delle Tre Fontane avevano un proprio territorio diocesano (fino al 1942 esso era costituito dalle parrocchie di Civitella San Paolo, Nazzano e Leprignano, oggi Capena).
La funzione liturgica dei cardinali vescovi suburbicari consisteva nella celebrazione delle messe quotidiane nella basilica di San Giovanni e della messa domenicale in San Pietro.
Essi possedevano un ospedale presso il Laterano e il numero delle diocesi suburbicarie fu prevalentemente di sette: Ostia, Santa Rufina, Porto, Sabina, Preneste (Palestrina), Tuscolo e Albano.
Specialmente dopo il XIII sec., il sommo pontefice trattava tutte le questioni della Chiesa insieme ai cardinali riuniti in concistoro, e la figura del Vicarius Papae era pertanto in piena evoluzione.
Il pontefice necessitava infatti di un suo vicario in Roma, con poteri di carattere episcopale, per il buon governo del clero romano e dei suoi fedeli; in pratica di un governatore ecclesiastico della città.
La possibile confusione tra il Vicarius Papae e il Vicarius Urbis del XIII sec. (un laico che faceva le veci del re di Sicilia e del senatore di Roma nel governo civile della stessa), si supererà grazie all’aggiunta oramai prossima della parola Cardinalis al titolo Vicarius Urbis.
Questa prassi iniziata da Gelasio II proseguì con Innocenzo III (da ricordare il suo censimento parrocchiale, che rivelò in Roma la presenza di soli trentacinquemila abitanti, anche se il picco più basso verrà toccato durante la residenza dei papi in Avignone), che indirizzò la lettera del giugno- ottobre 1198 a «Octaviano [dei Conti] Hostiensi episcopo, Vicario Nostro» (in essa il papa elenca anche gli altari di chiese romane che il suo vicario doveva consacrare e, particolarmente significativo per il clero romano, sarà il coronamento del suo pontificato con il IV concilio Lateranense del 1215).
La bolla Sua nobis del 1206 chiamava vicario di Roma anche i lgati a latere deputati dai papi nei tempi della loro assenza da Roma, con giurisdizione che non andava al di là del suo pomerium (la spianata tra le mura e le abitazioni della città).
Infine si consolidò con Onorio III (la cui importanza risale al Romanus Ordo de consuetudinibus et observantiis, probabilmente rielaborato su una precedente redazione a opera di Albino, già in circolazione ai tempi di Adriano IV, prima articolazione dell’organizzazione giuridica del clero di Roma), con Innocenzo IV (che specificò il termine aggiungendovi «in Urbe», prima sottinteso), e con Urbano IV.
A quest’ultimo si deve la promulgazione della bolla Romanus Pontifex, che elesse il primo, fino a oggi conosciuto, vicario del papa per la città di Roma; «occasionale» secondo la tesi del Brambilla e per il datum della bolla, «stabile » per il Galuzzi, che ritiene che «la figura di un vicario stabile non debba necessariamente essere desunta dalla contemporanea presenza del papa e del suo vicario in Roma».
Sta di fatto che la bolla fu scritta da Orvieto il 13 febbraio 1264 e diretta al domenicano Tommaso da Lentini, vescovo di Betlemme, non potendo egli dimorare in Roma: «…quia agitur curae ipsius populi [Romani] praesentialiter hoc tempore imminere nequimus».
Il papa lo nomina «in Urbe» «nostrum Vicarium […] in hiis quae ad salutem animarum suarum pertinent», benché non specifichi in che cosa consisteva il suo officium.
Più tardi, nella bolla Licet ad cunctos, scritta da Rieti il 27 giugno 1288 a Bartolomeo, vescovo di Grosseto, Nicolò IV chiarì meglio le sue funzioni in Spiritualibus casibus – «in eadem urbe vice nostra deputare personam quae nostram praesentiam per executionem pastoralis officii rapraesentans » –, che consistevano nel visitare, correggere e riformare, dedicare chiese e cimiteri, consacrare altari, ordinare ecc.
Da allora, altri papi seguirono questa strada; a esempio, Sisto IV lasciò come vicario il cardinale Giovan Battista Cibo; Alessandro VI il cardinale Antonio Pallavicini; Clemente VII il cardinale Antonio Chiocchi Del Monte; Paolo III il cardinale Giovan Vincenzo Carafa.
Nel 1369 il vicario di Roma, Giacomo Di Muti, era vescovo di Arezzo e vicario del papa nell’alma città di Roma, nel suo Suburbio e nel suo distretto, ossia commissario generale.
Bonifacio VIII confermò l’ufficio del vicario come «stabile» presenza in Roma non più condizionata dall’assenza del papa dalla città (sempre secondo la tesi del Brambilla), come viene stabilito dalla bolla Ecclesiarum omnium (dal Laterano, 28 aprile 1299).
La cronotassi vicariale fu infatti ufficialmente inaugurata dai suoi quinque vicarii Urbis: Lamberto, vescovo di Veglia (21 luglio 1296); Alemanno, vescovo di Tiro e Oristano (9 marzo 1299); Ranuccio, vescovo di Cagliari (1300); Nicola Alberti, vescovo di Spoleto (1302); Giovanni, vescovo di Osimo (6 luglio 1303).
La bolla, a proposito delle deleghe concesse a Lamberto, recita: «te in Urbe praefata auctoritate apostolica in vicarium nostrum duximus statuendum, tibi in Spiritualibus casibus visitandis, corrigendi et reformandi ecclesias, et eas ac cimiteria reconciliandi, consecrandi altaria, necnon benedicendi et crismandi ac etiam conferendi ordines personis idoneis de urbe, quas tibi contingerint canonice praesentari, audiendi quoque confessiones et imponendi salutarem penitentiam pro commissis potestatem plenariam concedentes» e lo definisce come: «vicarius noster in urbe in spiritualibus casibus».
Gli fu concessa, infatti, la giurisdizione esclusiva nelle cause criminali di tutti i chierici, anche non romani, ma dimoranti nello «Studium Urbis », oltre a una giurisdizione «cumulativa » nei riguardi degli studenti, con facoltà di scegliere i confessori degli ordini regolari da mettere a disposizione dei rettori della Romana Fraternitas e con l’incarico di inquisitore generale nei riguardi del clero romano.
Del Caetani dobbiamo anche ricordare l’importantissima creazione per la diocesi di Roma e per l’intera cristianità dell’istituzione universitaria – non più unicamente curiale – detta «Studium Urbis», da lui fondata nell’Urbe il 6 giugno 1303 nel quartiere di Sant’Eustachio, dove la relativa chiesa fu per diverso tempo la sua sede accademica.
Nonostante le alterne vicende legate agli avvenimenti storici dei secoli successivi, dalla metà del XVI sec. lo Studium verrà chiamato «Sapienza» (dopo il 1870, diventerà Università statale) e sarà affiancata da un’altra istituzione universitaria, quella voluta da sant’Ignazio di Loyola (cfr. l’importanza dei vari collegi del tempo, detti domus scholarium).
Accanto a questo, particolarmente significativa per la vita diocesana romana fu l’indizione dei Giubilei a partire dal 1300, che se fece della sua Chiesa la Gerusalemme nuova – cfr. il mosaico di Santa Maria Maggiore, in cui splende la veneratissima Madonna Salus Populi Romani –, instillò nella coscienza comune dei romani quella tipica premurosa carità verso i pellegrini che trovò, sotto la guida di san Filippo Neri e della confraternita della Trinità dei pellegrini e convalescenti, una delle sue più mature espressioni.
L’indizione dell’anno santo coinvolgeva tutta la città.
A esempio, per il Giubileo del 1600 Clemente VIII, il 3 marzo 1599, istituiva due congregazioni, ognuna composta da dodici cardinali, dedicate una agli aspetti più spirituali e l’altra a quelli più organizzativi dell’anno santo, mentre tutto il clero romano era mobilitato.
Per quel periodo veniva vietato l’aumento degli affitti, incrementate le riserve di derrate alimentari e comminate pene severissime per impedire l’ingiustificato incremento dei prezzi dei prodotti alimentari e la sporcizia delle strade, dei ponti e delle piazze dell’Urbe.
Agli inizi della residenza papale in Avignone, la figura del vicario in Spiritualibus – coagulato nel prototipo bonifaciano – ebbe dal suo successore, Clemente V, una funzione extra ordinem per deleghe di poteri in temporalibus, che via via divennero sempre più incisivi sulla vita cittadina; anche se questi nuovi poteri, come affermò lo stesso papa, erano estranei e non inerenti allo status del vicario in Spiritualibus (da non confondersi con i vicari della Sede apostolica inviati dai papi a Roma in quel periodo con il compito di rappresentarlo, o con i vicari del romano pontefice, che erano i legati della Sede apostolica inviati in province e chiese per farvi le sue veci).
Una volta estesa la giurisdizione del vicario anche ai monasteri esenti e non esenti, e al conferimento di benefici prima riservati al papa, Clemente V dovette intervenire duramente con la sua bolla dell’8 novembre 1307 per sospendere dall’ufficio il suo vicario Guido Farnese, vescovo di Orvieto (unico caso di una sanzione tanto severa finora conosciuto).
Da sottolineare pure il caso di Giovanni XXII che, avendo riservato per sé nel 1322 l’episcopato avignonese, nominò un suo vicario in Spiritualibus per la stessa Avignone, Guisberto, vescovo di Marsiglia.
Sempre lui affidò, tra l’altro, al suo vicario in Roma il compito d’introdurre l’uso di suonare ogni sera la campana che si trovava in ognuno dei XIII rioni dell’Urbe, come richiamo a compiere un atto di devozione verso la Madonna, e pro tempore la facoltà di conferire i gradi accademici nella facoltà di diritto canonico e civile.
Quando la sede papale fu trasferita nella cittadina francese di Avignone (1305- 1376), la popolazione di Roma era ridotta a 17.000 abitanti, e tutti gli edifici, compresi quelli del Laterano, caddero in rovina.
Si verificarono anche non rari casi di conflitto di competenza tra la curia romana e il vicariato: inevitabili, visto che la figura giuridica di quest’ultimo andava sempre meglio determinandosi.
Le segreterie dei tribunali vicariali, che partivano dalla data del primo quarto del XIV sec. (sono i tradizionali organismi costituenti la curia vicariale o «Romana Curia», cioè la segreteria del tribunale, e del tribunale civile e criminale del cardinale vicario), pochi anni dopo assistettero all’opera di Benedetto XII che, senza rinnovare le riserve del suo predecessore, non solo confermò nel 1342 al Vicarius Urbis i poteri temporali di cui aveva goduto nel territorio della città, ma glieli estese al Suburbio e al distretto, allargando così la sua definizione come «Noster in Urbe, suburbiis et districtu Vicarius in Spiritualibus» (si estendeva per 40 miglia da Roma, cioè circa 60 chilometri; fu confermata dalla Romanae del 21 dicembre 1755) e, oltre ai poteri spirituali, allargò i suoi poteri giudiziari e coercitivi.
Lo stesso Benedetto XII, sapendo sguarnite le diocesi suburbicarie dei propri cardinali vescovi che con lui erano in Francia, nella bolla Quamvis nos del 6 marzo 1335, indirizzata a Giovanni Pagnotta, vescovo di Anagni, affidò al vicario del papa un’importante giurisdizione cumulativa coi cardinali vescovi sulle loro diocesi suburbicarie, che erano allora tutte comprese nel Distretto di Roma, che si protrasse fino alla metà del XVIII sec.. Si spiega così l’approssimazione della fissazione dei confini antichi della diocesi di Roma.
Al ritorno dei papi a Roma la loro sede non fu più il palazzo Lateranense, l’oramai fatiscente Patriarchio, dove fin dal tempo di Costantino avevano risieduto, ma presso la tomba di San Pietro – fulcro della Roma cristiana – grazie a Gregorio XI, che si stabilì in Vaticano nel 1377.
Una volta terminato lo scisma dell’Occidente, i romani pontefici si dedicarono alla sistemazione definitiva della loro nuova sede, soprattutto per merito di Niccolò V (1447-1455) che portò alla ricostruzione di San Pietro, e, a poco a poco, alla formazione del complesso architettonico dell’attuale Vaticano.
Il cardinale Stefano Palosi, vicario generale di Urbano VI, che aggiunse alla sua definizione anche la determinazione «generalis», promulgò nel luglio del 1384 gli Statuta Clericorum Almae Urbis nella chiesa del monastero di Santa Maria Domnae Rosae; e pochi anni dopo, il 23 maggio 1392, il vicario generale di Bonifacio IX, Giovanni, abate di San Paolo fuori le Mura, diede nuovi statuti nella basilica di San Lorenzo in Damaso.
Al vicario continuarono a essere affidate anche mansioni di carattere temporale, tra cui la principale, al tempo di Clemente VI, fu quella di vedere il vescovo di Orvieto, Ponzio, vicario in Spiritualibus, essere uno dei due rettori di Roma insieme al dispotico Cola di Rienzo.
Dopo Avignone, al tempo di Urbano VI, si iniziò a chiedere al vicario di prestare giuramento di fedeltà al papa.
Elenco dei vicari - Tra i vicari del periodo si annotano (tra parentesi quadra sono riportate le aggiunte o le correzioni apportate dal Brambilla all’elenco dell’Eubel): Ottaviano dei Conti, vesc. di Ostia, 1198; Pietro Gallocia, vesc. di Porto, [1206] 1207; Pietro Saxonis, card. presb. tit. Santa Pudenziana, 1217; Romano Bonaventura, vesc. di Porto, 1227; Giacomo da Pecoraia (cisterciense), vesc. di Palestrina, [1238] 1228; Stefano Normandi, tit. Santa Maria in Trastevere, 1244; Riccardo Annibaldi, card. diac. di Sant’Angelo, 1251; Tommaso Fusconi di Berta (o.p.), vesc. di Cefalù, 1260; Giovanni Colonna (o.p.), vesc. di Nicosia, 1262; Tommaso da Lentini (o.p.), vesc.
di Betlemme, 13 feb. 1264; N.N. «Vicarius Noster in Urbe», 1267; Aldobrandino Cavalcanti (o.p.), vesc. di Orvieto, 1272; Latino Frangipani Malabranca (o.p.), vesc. di Ostia e di Velletri, 1280; Bartolomeo (ofm), vesc. di Grosseto, 27 giu. 1288; Giovanni, vesc. di Iesi, 1290; Salvo (o.p.), vesc. di Recanati, 1291; Giovanni, vesc. di Iesi, 1295, secunda vice; Lamberto (ofm), vesc. di Veglia (poi Aquino), [21 lug.] 1296; Alemanno (ofm), vesc. di Tiro e di Oristano, [28 apr.] 9 mar. 1299; Ranuccio (ofm), vesc. di Cagliari, [1301] 1300; Nicola Alberti (o.p.), vesc. di Spoleto, 1302; Giovanni, vesc. di Osimo (prima Iesi), 6 lug. 1303; Giacomo, vesc. di Sutri, 24 dic. 1303; Guittone Farnese, vesc. di Orvieto, 16 giu. 1307 o 8 nov. 1307; Isnardo Tacconi (o.p.), vesc. di Tebe, [12 ago.] 1309; Ruggero da Casole (o.p.), vesc. di Siena, 23 ago. 1313; Giovanni (ofm), vesc. di Nepi, 18 lug. 1317; Andrea, vesc. di Terracina, 1322; Angelo Tignosi, vesc. di Viterbo, [24 nov. 1324] 14 feb. 1325; Andrea, vesc. di Terracina, 1325, secunda vice; Angelo Tignosi, vesc. di Viterbo, 14 feb. 1325, secunda vice; Giovanni Pagnotta (Erem. di Sant’Agostino), vesc. di Anagni, [6 mar. 1335] 1334; Nicola Zucci (ofm) vesc. di Assisi, [15 apr.] 1341; Raimondo, vesc. di Rieti, 1343; Ponzio, vesc. di Orvieto, [8 feb. 1349] 1348; Giovanni, vesc. di Orvieto, 1361; Pietro Boerio (Bohier), vesc. di Orvieto, 1365; Giacomo di Muti, vesc. di Arezzo (poi Spoleto), 1369; Luca Gentili Ridolfucci, vesc. di Nocera, [4 nov.
1372] 1375; Stefano Palosi, vesc. di Todi, poi tit. San Marcello card. presb., 1380; Gabriele Gabrieli, vesc. di Gubbio, 1383; Lorenzo Corvini, vesc. di Gubbio, [17 gen.] 10 nov. 1389; Giovanni (o.s.b.), ab. Monast. di San Paolo fuori le Mura, [20 gen.] 1392; Francesco Scaccani, vesc. di Nola, [3 ago.] 1394, 1399; Paolo di Francesco di Roma (ofm), vesc. di Monreale (prima Isernia), [26 giu.] 1405, 1407; Francesco (o.s.b.), ab. Monast. San Martino, Viterbo, 1411; Pietro Sacco, can. vat., luogotenente del vicario precedente munito di tutte le facoltà; Giacomo Isolani, card. diac. di Sant’Eustachio 1414, 1417; Sante, vesc. di Tivoli, [1420] 1421, 1424; Nicola Lazzaro di Guinigi, vesc. di Lucca, [14 mag.] 1427; Luca de Ilpinis, luogotenente del vicario; Daniele Gari Scotti, vesc. di Parenzo, [17] 16 apr. 1431; Gasparre di Diano, vesc. di Conza, 27 dic. 1431; Stefano, vesc. di Volterra, [12 nov.] 1434; Genesio, vesc. di Cagli, [29 ott.] 1435; Andrea, vesc. di Osimo, [23 ago.] 1437; Giosuè Mormile, vesc. di Tropea, 1447; Onofrio Francesco, vesc. di Melfi, [5 ago.] 1444; Roberto Cavalcanti, vesc. di Volterra, [18 apr. 1447] 1448; Berardo Eruli, vesc. di Spoleto, 1449; Francesco de Lignamine, vesc. di Ferrara (poi Feltre), [26 gen. 1459] 1458; Giovanni Neroni, vesc. di Volterra, [1° feb. 1462] 1461; Dominico Dominici, vesc. di Torcello (poi Bressanone), [16 set.] 1464; Nicola [Trevisano], vesc. di Ceneda, [11 dic. 1487] 1479; Leonardo, vesc. di Albenga, [5 set.] 1485; Giacomo Botta, vesc. di Tortona, [14 ago. 1489] 1486; Giacomo Serra, vesc. di Oristano, [13 feb. 1492] 1494; Pietro Gamboa, vesc. di Carinola, [12 giu.] 1501; Pietro Accolti, vesc. di Ancona, [20 nov.] 1505; Domenico Jacobazzi, vesc. di Lucera, 1511; Andrea Jacobazzi, can. vat. (poi vesc. di Lucera) 1520; Paolo Capizucchi, can. vat. (poi vesc. di Nicastro) 1521; Bartolomeo Guidiccioni, clerico di Lucca (poi vesc. di Teramo) [27 nov.] 12 dic. 1539; Pomponio [Cerio], vesc. di Sutri e di Nepi, [3 gen.] 1540; Filippo Archinto, vesc. di Borgo Santo Sepolcro (poi Saluzzo, quindi Milano), 1542; Ludovico Beccadelli, vesc. di Ravello, 1554; Pietro, vesc. di Lucera, 1° giu. 1555.

III - L’età moderna
Nel XV . Roma, uscendo dalla crisi demografica e urbanistica che l’aveva a lungo interessata, assistette ai grandi lavori avviati da Paolo III, da Gregorio XIII e soprattutto da Sisto V, che proiettarono la città su tre settori: l’ansa del Tevere, i Borghi e Trastevere, come pure alla nuova stagione iniziatasi con san Filippo Neri, a cui fecero capo quasi tutte le iniziative religiose del Cinquecento.
A partire dalla Controriforma, Roma assunse, infatti, nuovo slancio, divenendo il centro della vita religiosa rappresentata dai chierici regolari (i camilliani furono qui fondati da san Camillo de Lellis nel 1582), e da numerose attività di carità, che risvegliarono la pietà popolare.
Le confraternite e le corporazioni ebbero un’espansione iperbolica, mentre il monte di pietà, fondato nel 1539 dalla omonima confraternita, era destinato a esercitare un ruolo di primo piano sullo scenario economico della Roma pontificia – vedi la sua bellissima cappella, vero gioiello dell’arte barocca –; senza contare le compagnie del Divino Amore (a Roma presso Santa Dorotea in Trastevere, poi sviluppata con l’assunzione dell’antico ospedale di San Giacomo in Augusta, dove fu costituita una seconda compagnia), le scuole, gli ospedali ecc.
Rispetto poi al grave problema dell’educazione femminile di ragazze povere (quelle appartenenti a famiglie aristocratiche facevano riferimento agli educandati annessi ai monasteri di clausura), si diffusero alla fine del Seicento le istituzioni educative, caritative e pastorali, come le scuole delle Maestre pie Filippini a Montefiascone e Venerini a Viterbo.
Giuseppe Calasanzio già nel 1597 aveva aperto a Roma la prima scuola popolare gratuita di tutta Europa (cfr. il collegio Nazareno).
Anche il monachesimo era in fermento, compreso quello femminile, visto che a Roma il catalogo delle chiese stilato nel 1566 ne individua ben trentadue: tra di esse, le clarisse ne possedevano quattordici, le benedettine otto, le domenicane quattro, le canonichesse lateranensi una.
A metà del Seicento nei rioni di Campo Marzo, Trevi, Colonna e Pigna, risiedevano 1356 monache e a Trastevere circa 295; nella Suburra se ne contavano 662, mentre nel 1660 erano salite a 913.
La prima volta che apparve il titolo di «vicario di Roma», senza altre aggiunte, fu nella bolla di Eugenio IV Romani Pontificis providentia dell’anno 1435.
Eugenio IV vi portò delle modifiche all’inizio del suo pontificato: il 13 dicembre 1442, con la sua bolla promulgata da Firenze, confermò quanto disposto da Bonifacio VIII sui diritti parrocchiali, concesse al vicario la giurisdizione sugli ebrei (poi subito restituita ai Conservatos et Capita Regionum Urbis) e proibì al vicario di conferire qualsiasi beneficio.
Seguirono le Antiquae Constitutiones et Statuta raccolte dal camerlengo del clero, Sabba Luca, canonico di San Lorenzo in Damaso, durante il pontificato di Niccolò V: forse la più antica normativa finora conosciuta sull’organizzazione del clero romano.
Nel 1461 il vicario generale Francesco de Padua, vescovo di Feltre, promulgò le Costituzioni del sinodo del clero romano celebrato in Sant’Eustachio, che non differirono dalle altre già finora promulgate (la più completa silloge di fonti – non ancora pubblicata – circa le norme statutarie e le costituzioni anche sinodali del clero romano, seppur in disordine dal punto di vista cronologico, è costituita dal già citato manoscritto Casanatense 83, la cui trascrizione iniziata nel 1451 fu terminata nei primi anni del 1500).
Il rafforzamento della giurisdizione del Vicarius Urbis, giuridicamente sancita attraverso un conferimento di potestà ordinaria vicaria perpetua – «nec cessat vacante Sede Apostolica» – più ampia di quella di un vicario generale, iniziò i suoi primi passi con Alessandro VI (1492-1503) che istituì la figura giuridica del Vicarius perpetuus, cioè non a tempo, a beneplacito del papa o della Sede apostolica, ma a vita (gli fu concessa anche la facoltà di giudicare gli ebrei); e poi con Paolo III (1534-1549), che nelle tre identiche bolle inviate ai corrispettivi vicari Guidiccioni, Cerio e Archinto, oltre a riconfermare la figura del vicario «quamdiu vixeris», gli attribuì molte facoltà, come la giurisdizione sulla totalità delle chiese e dei monasteri degli ordini religiosi esenti e non esenti, la facoltà di giudicare le cause di particolari categorie di persone con procedura speciale, la facoltà di visitare le carceri e di giudicare, tanto civilmente che penalmente, gli ebrei, gli usurai, i banchieri, tutti i chierici e i beneficiati di Roma e del distretto, la facoltà di convocare il sinodo del clero romano ecc., oltre a poter fare tutto ciò che i vicari precedenti avevano facoltà di fare per diritto, consuetudine o privilegio.
A proposito degli ebrei, si deve ricordare che quando nel XV sec. essi furono espulsi dalla Spagna, dal Portogallo e dall’Italia meridionale, moltissimi profughi si rifugiarono a Roma.
La discesa dei lanzichenecchi e il sacco di Roma nel 1527 provocarono enormi danni anche agli ebrei e ai loro oggetti di culto, mentre nella seconda metà del Cinquecento, con la bolla Cum nimis absurdum di Paolo IV, si istituì il ghetto lungo la riva del Tevere.
Il vicariato non smise mai di funzionare, anche se i suoi poteri continuarono a fluttuare nel tempo.
Accresciuti da Paolo II (Licet ecclesiarum), ridimensionati poi da Giulio II (Decet Romanum Pontificem) fatta eccezione per le questioni delle mogli contro i mariti, integrati da Clemente VII con la competenza data al vicario Paolo Capizucchi nelle cause civili e penali fino a settanta fiorini d’oro di Camera (discesi poi a sessanta con Paolo III), furono infine ampliati in campo temporale sulle locazioni, pensioni, affitti ecc.
Del pontificato di Clemente VII si conservano le relazioni delle visite apostoliche da lui indette nel 1529, all’indomani del sacco di Roma, effettuate dal vicario in Spiritualibus Capizucchi, che visitò venticinque chiese romane dal 26 luglio al 6 agosto 1529, e dal suo luogotenente Niccolò Besi da Forlì, che ne visitò ottantadue, per la maggior parte parrocchie.
Il cardinale vicario - La svolta – l’ufficio del vicario del papa diviene l’ufficio del cardinale vicario – fu compiuta da Paolo IV, quando nel concistoro del 28 novembre 1558 decise di affidare al vicario del papa in Roma la Sacra porpora, confermando il potere d’intervento «in utroque officio» – cioè in Spiritualibus et in temporalibus – a Virgilio Rosari (alias Rosario), primo vicario generale secondo le nuove disposizioni: «Ugualmente, con la stessa autorità, stabilì e comandò che l’ufficio del vicariato venisse ridotto al Collegio dei cardinali, e vi deputò il reverendissimo cardinale Virgilio, con facoltà di riformare tutto ciò che era necessario in ambedue gli uffici e di far sedere i cardinali deputati secondo la loro ordinazione, cioè secondo il tempo della propria ordinazione».
Con questo decreto nacque l’ufficio del cardinale vicario (divenne anche uno dei giudici ordinari della curia romana, nell’accezione del tempo).
I motivi sottostanti, benché non riportati dal cardinale vice-cancelliere Alessandro Farnese, si trovano nel volere dare attuazione alle disposizioni tridentine circa la residenza dei vescovi e nel volere conferire maggiore dignità ed efficacia al governo spirituale del vicario.
Da tenere presente anche il fatto che appena un trentennio dopo verrà approvata la riforma della curia romana voluta da Sisto V con la costituzione apostolica Immensa aeterni Dei del 22 gennaio 1588, che cambiò la geografia del potere nello Stato Pontificio, determinando una grande diminuzione del ruolo e dei compiti fino allora svolti dal concistoro a favore della curia romana.
La divisione di quest’ultima in quindici dicasteri rispose, infatti, all’intento di surrogare l’unico collegio cardinalizio con vari «collegi» composti da alcuni cardinali, la cui autorità rimaneva così vincolata e limitata a settori e argomenti precisi.
Gli uffici del vicariato si trovavano allora nel palazzo di fronte alla chiesa di Sant’Agostino, dove abitava il vicario monsignor Filippo Archinto (1495- 1558), che nell’aprile-maggio del 1552 ebbe anche la carica di vice protettore del monte di pietà.
Il seminario romano - Osservando la pianta prospettica Urbis Romae Prospectus, disegnata da Antonio Tempesta nel 1593, che ben illustra la caratteristica ramificata del suo sistema viario, si può localizzare – tra circa il centinaio di campanili romanici che caratterizzavano il suo paesaggio urbano, aperti come erano da finestre per ridurre la resistenza al vento –, una casa in via Aracoeli, che un tempo portava sulla porta la scritta: «Scuola di grammatica, di umanità e di dottrina cristiana», a titolo gratuito.
Fu fondata da sant’Ignazio di Loyola il 23 febbraio 1551 con quindici studenti gesuiti.
Già nel 1553 alle cattedre esistenti aggiunse quella di filosofia e di teologia, e pochi anni più tardi, nel 1556 Paolo IV concesse la facoltà di conferire i gradi accademici.
Gregorio XIII nel 1583 conferì all’ateneo una nuova e più ampia sede, e il 28 ottobre 1584 la inaugurò: «Religioni ac Bonis Artibus».
Roma aveva finalmente una istituzione universitaria stabile, che poco a poco prese il nome del suo «fondatore e benefattore», in «Gregoriana ».
Destinata alla formazione ecclesiastica e aperta anche alla scolaresca laica romana che disertava la «Sapienza» pontificia, resistette anche alla soppressione della Compagnia di Gesù del 21 luglio 1773, quando fu affidata al seminario romano, fondato sempre dai gesuiti nel 1565, e agli eventi legati al 1870, quando la sede del collegio romano lasciò il posto alla Biblioteca nazionale centrale di Roma e a quella di un liceo statale; a palazzo Borromeo i gesuiti ripresero l’insegnamento, assumendo nel 1873 il titolo di Pontificia Università Gregoriana.
Il cardinale vicario si interessò particolarmente del seminario romano.
Egli dal 1565 svolse un ruolo centrale nelle delicate fasi della sua fondazione da parte dei gesuiti.
A esempio, il cardinale vicario Giacomo Savelli si preoccupò un po’ di tutto, dalla gestione economica e dalla fissazione delle sue regole alle sue più minute vicende, come quando nel 1581 ai suoi superiori che gli chiedevano «lumi» circa la decenza dei chierici di portare barbe e baffi ben curati e di radersi col rasoio, rispose: «Non par conveniente permettergli barbe né fogge non convenienti al stato loro».
Da allora il seminario, come la città, fu sotto lo sguardo del cardinale vicario, soprattutto nella fase successiva alla soppressione dei gesuiti, che fino al 1773 l’avevano diretto, e nei suoi spostamenti da palazzo Pallavicini a palazzo Gabrielli (fu il vicario Rusticucci a porsi alla ricerca della nuova sede) fino all’attuale sede del Laterano.
Pio X volle riformare (cfr. la costituzione In praecipuis del 29 giugno 1913) e dare una nuova sede al seminario romano presso la basilica Lateranense, i cui lavori terminarono nel 1913 (il seminario minore aveva sede nel seminario vaticano, mentre in quello maggiore del Laterano furono unificati il seminario Pio e il seminario dei Santi Ambrogio e Carlo); a poco a poco si trasformerà nell’università del Laterano.
Per la formazione del clero secolare si era potuto infatti contare anche sul collegio Capranica (1452), sul seminario vaticano (1637), su quello dei Santi Ambrogio e Carlo (1854; ora Pontificio seminario lombardo, riaperto nel 1877, per le diocesi dell’alta Italia), sul collegio Leoniano (cfr. Leone XIII), sul seminario Pio (1853) ecc.
Le Costituzioni del clero romano all’indomani del Concilio di Trento - Giulio III aveva già rafforzato la competenza privativa vicariale sugli ebrei (cfr. il motu proprio Sicut accepimus), e Pio V l’aveva estesa anche ai contratti in forma Camerae (cfr. Considerantes varia dispendia; essa venne però successivamente ridimensionata da Paolo V con la Universis agri del 1° marzo 1612).
Proprio Pio V, il 5 novembre 1569, con il motu proprio Etsi omnibus, istituì undici vicarie (successivamente abolite da Leone XII): San Giovanni in Laterano, San Pietro in Vaticano, Santa Maria in Trastevere, San Lorenzo in Damaso, Sant’Angelo in Pescheria, San Nicola in Carcere, Santa Maria in via Lata, San Marco, San Biagio della Pagnotta, Santa Caterina della Ruota, Santi Quirico e Giulitta.
Inoltre incaricò il suo vicario generale, Giacomo Savelli, di emanare l’editto del 23 agosto 1569 con il quale riduceva al numero di ventiquattro le chiese parrocchiali con diritto di conferire il battesimo, dette matrici o battesimali; le altre, filiali.
Non solo per la trascuratezza con la quale tenevano il fonte battesimale, ma anche per ribadire da un lato la potestà del cardinale vicario sulle parrocchie, prevista dall’assise tridentina (cfr. il cap. 18°, Sess. 24, De Reformatione, e diverse bolle dello stesso Pio V), e dall’altro per adeguarsi all’evolversi della realtà urbana, che vedeva in quel periodo Roma – quasi deserta – contare ben 130 parrocchie; nell’elenco compilato nella visita condotta da Tommaso Orfini e Giovanni Oliva nel 1566 risultano essere 132, ripartite in tredici rioni (cfr. Visitationes diversae ecclesiarum Urbis antiquatae).
L’allineamento delle costituzioni del clero romano alle disposizioni conciliari tridentine, fatto dal cardinale Giovanni Garcia Millini, vescovo di Frascati e vicario generale di Paolo V, portò alla loro stampa per la prima volta nel 1618, anche se già prima, il cardinale Giacomo Savelli, vicario generale di Pio V, con un editto a firma del vicegerente Alfonso Binarini del 30 ottobre 1566, lo aveva fatto.
Innocenzo XII il 18 marzo 1699 diede l’incarico a una speciale commissione, presieduta dal vicegerente, di preparare una seconda edizione.
Deceduto improvvisamente il vicegerente Giuseppe Bellisario de Bellis il 17 gennaio 1701, il lavoro fu portato avanti da monsignor Domenico De Zaoli, che il 16 marzo 1701 firmò il decreto di promulgazione.
Successivamente Clemente XI, l’11 gennaio 1702, incaricò una congregazione cardinalizia di studiare le modifiche e di farne stampare un’altra edizione.
Segretario della commissione fu nominato il canonico Nicolò Antonio Cuggiò, segretario del tribunale del vicariato di Roma dal 1700 al 1739 e autore dell’importante opera Della Giurisdittione e prerogative del Vicario di Roma.
In questo suo studio, visto che la riforma della curia romana di Sisto V aveva avuto ripercussioni anche sul tribunale diocesano, cercò di chiarire le competenze di ciascun ufficio diocesano, ricostruendo la storia e le funzioni del vicegerente, dei luogotenenti civile e criminale, dei notai, del promotore fiscale, del bargello, del deputato dei matrimoni, del deputato delle monache e del custode delle sante reliquie, che a loro modo avevano autorità su parrocchie, monasteri e istituti, toccando anche realtà complesse, come quella dei monasteri femminili.
Il cardinale Gaspare di Carpegna firmò il relativo decreto di promulgazione il 5 aprile 1707 e nel medesimo anno gli Statuti furono stampati dalla tipografia della Reverenda camera apostolica.
Ulteriori riforme seguirono al tempo di Clemente XII per opera del cardinale vicario Giovanni Antonio Guadagni.
Il suo decreto, firmato il 10 febbraio 1735, riprese le precedenti Costituzioni (1618 e 1707) senza molte varianti.
Il vicegerente - L’importanza della figura del cardinale vicario appare anche dal sorgere del suo alter ego: il vicegerente.
Prima dell’attribuzione al Sacro Collegio dei cardinali dell’ufficio di vicario di Roma, la sua figura non si trova mai menzionata nei documenti pontifici, né di conseguenza nella letteratura e nella storiografia giuridica del tempo.
In verità un coadiutore c’era, benché costituito per occasioni particolari (come l’assenza del vicario da Roma), nella figura del locumtenens.
Nel 1430 si incontra, infatti, Luca de Ilpinis a fianco del vicario Nicola Lazzaro di Guinigi; più tardi appare Nicolò Cesi, che nel 1535 affianca il vicario Paolo Capizucchi; e poco dopo Pietro Lunello, che opera in Roma in assenza del vicario Filippo Archinto.
La figura del «luogotenente» induce a ritenere che il vicario si servisse di uno dei due «luogotenenti» del suo tribunale, unico organismo del vicariato perfettamente costituito in quel tempo e risalente alla bolla Clerus et populus Urbis del 15 febbraio 1311.
Il termine vice gerens, insignito o meno di carattere episcopale, apparve per la prima volta nella bolla di Pio IV Supernae maiestatis praesidio del 19 gennaio 1560, assieme però al suffraganeus vescovo, di cui il vicario si serviva per le ordinazioni, anche se non esclusivamente, incaricando un qualsiasi altro vescovo ad hoc deputatus.
In tale bolla Pio IV aveva ristretto le facoltà vicariali cardinalizie riservando a se stesso la nomina dei «vicegerentes et suffraganeos ac in civilibus et criminalibus locumtenentes ».
Il vicario allora era l’unico vicario generale del papa per l’Urbe e il distretto, e perciò era uno dei giudici ordinari della curia romana, che non era quella che si intende oggi (ora è l’unico giudice ordinario della diocesi romana e del suo distretto, e non esiste più un giudice ordinario della curia romana, che consta di congregazioni, tribunali e uffici distinti dal vicariato); essi disponevano quindi da tempo di una struttura giudiziaria civile e penale propria per designare i vescovi coadiutori e gli alti officiali.
Il vicegerente (il riferimento documentale più antico rinvenuto nell’archivio storico del vicariato è un atto di legittimazione canonica dei natali di Lelio Virili del 1646) poté iniziare la sua attività giudiziaria in modo cumulativo con il cardinale vicario.
I poteri del vicegerente si mantennero inalterati fino a dopo le riforme di Pio VII (Post diuturnas, del 30 ottobre 1800: la giurisdizione si estendeva per dieci miglia da Roma) e di Leone XII, che era stato cardinale vicario dal 1820 al 1823 (cfr. Dopo le orribili calamità, del 5 ottobre 1824).
In seguito questi poteri furono equiparati alle facoltà del vescovo diocesano sotto il pontificato di Gregorio XVI, aumentati dal chirografo del 26 dicembre 1841 e riveduti dal Regolamento provvisorio di procedura criminale del Tribunale del Vicariato del 1842.
Ben presto il vicegerente, costituito nella dignità episcopale, assorbì regolarmente, nella sua qualità di rappresentante generale e di sostituto del cardinale vicario, tutte le funzioni del suffraganeo.
Il primo vicegerente ad assumere la qualifica anche di suffraganeo fu Cesare Fedele, vescovo titolare di Salona (l’unica eccezione si presenterà nel 1632, in quanto il vicegerente Antonio Tornelli era sprovvisto del carattere episcopale).
Costituito per essere il primo tra gli officiali della curia diocesana di Roma, per lungo tempo fu scelto e nominato dal cardinale vicario, sebbene non di rado fosse designato dal papa stesso, finché dalla prima metà del XVIII sec. i romani pontefici vollero riservarsi esclusivamente la sua nomina, notificata all’interessato per mezzo di breve apostolico.
La sua giurisdizione era limitata, in funzione del suo ruolo subordinato.
I sinodi - Da sottolineare a Roma l’assenza di sinodi diocesani e provinciali, che, pur ristabiliti dalla XXIV sessione del Tridentino, non furono tenuti fino al 1725.
Nonostante la Conferenza dei concili, pochissimi ne avvertivano la necessità, per il fatto che la diocesi di Roma rimaneva in ogni caso sempre sotto gli occhi del papa e del suo vicario: «una veluti conversione oculorum ».
Solo la sua grande sollecitudine pastorale spinse Benedetto XIII a indire con la bolla Redemptor noster, della vigilia di Natale del 1724, il primo sinodo provinciale romano, detto anche «concilio romano», che si sarebbe tenuto l’anno successivo nella sede della basilica di San Giovanni in Laterano (papa Orsini fu vescovo di Manfredonia, di Cesena, di Frascati e di Benevento, di cui mantenne eccezionalmente la responsabilità anche durante il ministero pontificio).
Dobbiamo a questo punto sottolineare che, se solo a partire dalla riforma di Pio X del 1912 si darà corpo a strutture giuridico-pastorali tipiche di una Chiesa locale, seguita dalla Prima Romana Synodus post-tridentina di Giovanni XXIII del 1960, e dal sinodo indetto nel 1980 da Giovanni Paolo II, l’importanza del «concilio romano» fu notevole, nonostante sia ancora poco studiata.
Non solo per i suoi 104 canoni relativi ai vescovi, alla predicazione, alla residenza del clero ecc., ma perché si tenne proprio a Roma in pieno anno giubilare, e perché riguardante non solo la sua diocesi, ma anche l’intera sua provincia ecclesiastica, che comprendeva una larga fascia di diocesi centro-meridionali e le altre componenti immediatamente soggette alla Santa Sede «inter Capuanam provinciam et Pisanam»: i vescovi delle diocesi del Lazio, del Patrimonio, dell’Umbria, delle Marche, e altri presuli di diocesi dell’Italia meridionale, poi i cardinali vescovi suburbicari, gli arcivescovi senza suffraganei, i vescovi immediatamente soggetti alla Santa Sede, gli abati «nullius» e alcuni vescovi «ultra montes».
Benedetto XIV, dopo aver emesso il 15 febbraio 1753 la bolla Ad audientiam, stabilì definitivamente l’ambito della giurisdizione del vicario di Roma, determinando le sue facoltà specialmente riguardo alle sacre ordinazioni.
Sempre Benedetto XIV con la bolla Romanae Curiae tolse la giurisdizione cumulativa del vicario sulle diocesi suburbicarie concessa da Benedetto XII.
La crescita delle parrocchie - Sisto V elaborò un piano di espansione urbanistica della città, le cosiddette «aree sistine», che tentarono di spostare il baricentro cittadino dall’ansa del Tevere alle aree del Quirinale, anche se probabilmente non influirono sul territorio d’origine alto-medievale delle parrocchie.
Specie durante l’occupazione napoleonica seguirono rilevanti mutamenti urbanistici, anagrafici e amministrativi, che portarono a una ristrutturazione dei confini territoriali delle parrocchie, quando l’annessione di Roma alla Francia istituì uno «stato civile» (come anche per gli atti anagrafici ordinati ai parroci dal concilio di Trento).
Passata la bufera, Pio VII, ristabilita la validità civile dell’anagrafe parrocchiale, e preso atto della confusione esistente a livello di confini parrocchiali, progettò una ristrutturazione generale delle loro delimitazioni entro le mura Aureliane, che fu poi realizzata da Leone XII.
La sua bolla Super universam del 1824 fu provvidenziale, soprattutto grazie alla sua personale esperienza maturata come cardinale vicario in Spiritualibus di Pio VII, dal 6 maggio 1820 fino al 28 settembre 1824, giorno della sua elezione.
Sulla base di un quorum demografico ottimale di circa 3500 persone residenti su una popolazione romana di 38.730 abitanti, delle settantadue parrocchie intramuranee prenapoleoniche ne soppresse trentasette, e alle trentacinque superstiti ne aggiunse nove che aveva istituito ex novo – «nuove parrocchie leoniane» –, oltre le parrocchie palatine dei tre palazzi apostolici (Laterano, Quirinale e Vaticano) immediatamente soggette alla Sede apostolica, e quella personale dei Santi Michele e Sisto a Ripa Grande.
Su una pianta di Roma – attualmente non reperibile nell’archivio storico del vicariato – Leone XII fece delineare i confini delle quarantotto parrocchie urbane firmandoli di suo pugno.
Tuttavia il papa, pur essendoselo proposto, non intervenne sulle parrocchie suburbane e sulle basiliche patriarcali di San Giovanni in Laterano, di San Pietro in Vaticano e di Santa Maria Maggiore, quest’ultima anticamente detta ad Praesepe.
Esecutore generale della Super universam fu il cardinale vicario Placido Zurla, che ebbe la facoltà, per un anno, di erigere nuove parrocchie, di rivedere i loro confini e di costituire in una chiesa – nell’ambito della parrocchia – un cappellano curato, se l’ampiezza del territorio lo consigliava; dopo di che, per ogni variazione successiva, avrebbe dovuto ricorrere al beneplacito apostolico: «Committimus cardinali Nostro Vicario ut accuratius animadvertat si quae in paroeciarum finibus designandis immutationes in maiorem populi utilitatem cessurae forent… Porro praeterea, quae variis ex causis eidem Cardinali Vicario tenore presentium commisimus, eundem generalem huiusce Nostrae constitutionis executorem nominamus et eligimus, omnibus et singulis in eam rem eidem attributis amplioribus facultatibus».
Delle 130 parrocchie esistenti a Roma prima del 1570 solo alcune diedero lo Stato delle anime a quella data, poi il numero delle parrocchie che fornirono tali importanti informazioni salì progressivamente.
Di particolare importanza le riforme statutarie del 15 giugno 1836, avvenute sotto il pontificato di Gregorio XVI, con il cardinale vicario Carlo Odescalchi, che determinò una nuova diminuzione dei poteri del camerlengo e la nuova pratica che i fedeli defunti non venissero più sepolti all’interno delle chiese, ma nel cimitero comune costruito vicino alla basilica di San Lorenzo fuori le Mura (qui si trova sepolto un solo papa, Pio IX, che volle in tal modo stare accanto al primo diacono martire di Roma).
Altre riforme furono promulgate «ex aedibus Vicariatus » il 6 dicembre 1862 dal vicario generale di Pio IX, cardinale Costantino Patrizi, con l’approvazione del papa «vivae vocis oraculo».
Elenco dei vicari - Tra i cardinali vicari del periodo si annotano: Virgilio Rosari (28 nov. 1558-1559), nato a Spoleto nel 1499, vesc.
di Ischia, 6 lug. 1555, creato card. del Tit. di San Simeone Profeta il 24 mag. 1557, morì il 22 mag. 1559, fu sepolto in Santa Maria sopra Minerva; Pietro De Petris, pro-vicario, nato a Monte San Savino, morì nel 1580; Giacomo Savelli (19 gennaio 1560-1587), nato a Roma il 28 ottobre 1523, creato card. della Diac. di Santa Lucia in Selci il 16 apr. 1540, morì a Roma il 5 dicembre 1587, fu sepolto nella chiesa del Gesù ed ebbe 3 pro-vicari nella persona di mons. Sebastiano Portici, nato a Lucca, morì nel 1558, Giovanni Oliva, nato a Perugia (San Pio V lo incaricò della riforma dei costumi in Roma), tenne l’ufficio fino a circa il 1569, e del card. Michele Bonelli, nato a Bosco Marengo (Alessandria) nel 1541; Girolamo Rusticucci (1588-1603), nato a Fano nel gen. 1537, creato card. del Tit. di Santa Susanna il 17 mag. 1570, morì a Roma il 14 giu. 1603; Camillo Borghese (1603-1605), nato a Roma il 17 set. 1552, creato card. del Tit. di Sant’Eusebio il 21 mag. 1596, divenne papa il 16 mag. 1605 col nome di Paolo V; Girolamo Pamphili (23 mag. 1605-1610), nato in Roma e alunno di san Filippo Neri, creato card. del Tit. di San Biagio dell’Anello il 9 giu. 1604, morì l’11 ago. 1610 e fu sepolto in Santa Maria in Vallicella; Giovanni Garcia Millini (14 ago. 1610- 1629), nato a Firenze nel 1572, creato card. del Tit. dei Santi Quattro Coronati l’11 set. 1606, morì il 2 ott. 1629 e fu sepolto in Santa Maria del Popolo; Marzio Ginetti (3 ott. 1629-1671), nato a Velletri il 6 giu. 1585, card. in pectore il 19 gen. 1626, fu pubblicato con il Tit. di Santa Maria Nova il 30 ago. 1627, morì il 1° mar. 1671; Antonio Barberini, pro vicario (1636-1640), nato a Firenze nel 1569, fratello di Urbano VIII, creato card. del Tit. di Sant’Onofrio il 7 ott. 1624, morì il 19 set. 1646 e fu sepolto nella chiesa della Santissima Concezione in via Vittorio Veneto; Paluzzo Paluzzi Altieri degli Albertoni (2 apr. 1671), nato a Roma l’8 giu. 1623, card. in pectore il 14 gen. 1664, fu pubblicato col Tit. dei Santi XII Apostoli il 15 feb. 1666, rinunciò al vicariato nell’agosto 1671 per l’elezione a camerlengo di Santa Romana Chiesa, morì il 29 giugno 1698 e fu sepolto in Santa Maria in Portico; Gaspare di Carpegna (12 ago. 1671- 1714), nato a Roma, creato card. del Tit. di Santa Maria in Portico il 22 dic. 1670, morì il 6 apr. 1714 e fu sepolto in Santa Maria sopra Minerva; Girolamo Casanate, pro vicario (25 apr. 1682) nato a Napoli il 13 feb. 1620, creato card. del Tit. di Santa Maria in Portico il 12 giu. 1673, morì il 3 mar. 1700, fu sepolto in San Giovanni in Laterano; Nicola Caracciolo, pro vicario (18 dic. 1715-1717) nato a Villa Santa Maria (Chieti), creato card. del Tit. dei Santi Silvestro e Martino il 16 dic. 1715, morì a Capua il 7 feb. 1728, fu sepolto nella chiesa metropolitana; Giovanni Domenico Paracciani (7 nov. 1717-1721), nato a Roma il 6 mag. 1647, creato card. del Tit. di Sant’Anastasia il 17 mag. 1706, morì il 9 mag. 1721 e fu sepolto nella chiesa di San Rocco; Fabrizio Paolucci di Calboli (11 mag. 1721-1726), nato a Forlì il 3 apr. 1651, card. in pectore del Tit. dei Santi Giovanni e Paolo il 19 dic. 1698, morì nel palazzo apostolico del Quirinale il 12 giu. 1726 e fu sepolto in San Marcello al Corso; Prospero Marefoschi (13 giu. 726- 1732), nato a Montesanto di Macerata il 24 set.1653, creato card. del Tit. di San Callisto il 20 dicembre 1724, morì a Roma il 24 feb. 1732 e fu sepolto in San Salvatore in Lauro; Giovanni Antonio Guadagni (1° mar. 1732-1759), nato a Firenze il 16 set. 1674, creato card. del Tit. dei Santi Silvestro e Martino il 24 set. 1731, morì a Roma il 16 gen. 1759 e fu sepolto in Santa Maria della Scala (nel 1763 fu introdotto il processo di beatificazione); Antonio M. Erba Odescalchi (28 set. 1759-1762), nato a Milano il 21 gen. 1712, creato card. del Tit. di San Marcello il 24 set. 1759, morì a Roma il 28 mar. 1762 e fu sepolto nella basilica dei Santi XII Apostoli (sepolcro degli Odescalchi); Marcantonio Colonna (20 apr. 1762-1793) nato a Roma il 16 ago. 1724, creato card. della Diac. di Santa Maria in Aquiro il 24 set. 1759, morì il 4 dic. 1793, fu sepolto nella basilica dei Santi XII Apostoli; Andrea Corsini (10 dic. 1793-1795), nato a Roma l’11 giu. 1735, creato card. della Diac. di Sant’Angelo in Pescheria il 24 set. 1759, morì il 18 gen. 1795, fu sepolto nella cappella Corsini in San Giovanni in Laterano; Giulio Anguillara Capece Cavazza della Somaglia (22 set. 1795-1818) nato a Piacenza il 29 lug. 1744, creato card. del Tit. di Santa Sabina il 1° giu. 1795, rinunciò al vicariato per l’elezione a vicecancelliere di Santa Romana Chiesa il 2 ott. 1818 (durante la prigionia ebbe come provicario il card. Despuig), morì a Roma il 2 apr. 1830 e fu sepolto in Santa Maria sopra Minerva; Antonio Despuig y Dameto, provicario (1810-1813), nato a Palma de Mallorca il 30 mar. 1745, creato card. del Tit. di San Callisto l’11 lug. 1803, morì a Lucca il 2 mag. 1813; Lorenzo Litta Visconti Arese (28 set. 1818-1820) nato a Milano il 23 feb. 1756, card. in pectore il 23 feb. 801 e pubblicato del Tit. di Santa Pudenziana il 28 set. 1801, morì a Monte Flavio in visita pastorale nella sua diocesi, fu sepolto a Roma nella chiesa dei Santi Giovanni e Paolo; Annibale della Genga, futuro papa Leone XII (6 mag. 1820-1823) nato a Genga (Spoleto) il 2 ago. 1760, creato card. del Tit. di Santa Maria in Trastevere l’8 mar. 1816 (fu eletto papa il 28 set. 1823 col nome di Leone XII e nello stesso giorno nominò il provicario); Giuseppe Della Porta Rodiani, provicario (1823-2 gen. 1824), era vicegerente del vicariato; Placido Zurla (2 gen. 1824-1834) nato a Legnago (Verona) il 2 apr. 1769, card. in pectore il 10 mar. 1823 e pubblicato del Tit. di Santa Croce in Gerusalemme il 16 mag. 1823, morì a Palermo il 29 ott. 1834; Carlo Odescalchi (21 nov. 1834-1838) nato a Roma il 5 mar. 1785, creato card. del Tit. dei Santi XII Apostoli il 16 mag. 1823, morì in concetto di santità il 17 lug. 1841; Giuseppe Della Porta Rodiani (11 dic. 1838-1841; già vicegerente nel 1821 e provicario tra il 1823 e 1824) nato a Roma il 5 set. 1773, creato card. del Tit. di Santa Susanna il 23 giu. 1834, morì a Roma il 18 dic. 1841 e fu sepolto in Santa Susanna.

IV - L’età contemporanea
Non di rado il cardinale vicario, accanto ai suoi compiti ordinari – come quello di assolvere gli Interdicti Paschales (coloro che non avevano osservato l’obbligo della comunione pasquale) – si trovò nella condizione di affrontare situazioni difficili e rischiose.
Nel 1810, a esempio, tra gli ecclesiastici deportati perché contrari al giuramento di fedeltà all’imperatore, vi furono gli stessi vertici della diocesi (il cardinale vicario Della Somaglia, il suo provicario Antonio Despuig e il vicegerente Benedetto Fenaja); in quel caso, il provicegerente Domenico Attanasio rimase solo alla sua guida e difesa.
Tra una bufera e l’altra il cardinale vicario continuava comunque a seguire con particolare cura le vicende del seminario, tanto che il cardinale vicario Marchetti Selvaggiani nel 1931 poté rivedere il testo delle Regole del Pontificio Seminario Romano Maggiore.
Compiutasi la parabola discendente del potere temporale della Chiesa – estesasi dall’VIII . circa fino al 1870 (Stato della Chiesa) e dal 1929 (soluzione della «questione romana» con i patti Lateranensi) ad oggi, come Stato della Città del Vaticano –, il 20 settembre 1870 con la presa di porta Pia si dissolse, tra l’altro, la funzione del Tribunale civile e criminale del cardinale vicario, ma non quella della segreteria del vicariato; da questo momento il vicegerente, pur continuando a essere titolare del tribunale civile e penale, indirizzò le sue funzioni prima di tutto al ministero pastorale, anche se un protrarsi dell’antica attività è provata fino alla fine del XIX . Roma, divenuta capitale del Regno d’Italia, assistette a uno sviluppo demografico ed edile così prorompente, che giunse a condizionare lo stesso suo piano regolatore del 1873, e cominciò, per la prima volta nella sua storia, a manifestare il fenomeno della periferia.
Una prima costruzione di baracche apparve a porta Portese, poi a Mandrione, e, per dare un insediamento ai braccianti venuti in cerca di lavoro, anche nei «prati del Popolo Romano »: il Testaccio.
Questo triste fenomeno sociale non poté non interessare le parrocchie (cfr. gli studi del Castiglioni e del Berthelet).
Per questo Leone XIII diede incarico al cardinale vicario, Pietro Respighi, di formare una apposita commissione di esperti, nominati il 30 maggio 1902.
I lavori non si interruppero nemmeno con il successore Pio X, che confermò la commissione Leonina, anche se prima di dare attuazione alle sue conclusioni preferì indire la visita apostolica alla diocesi con la bolla Quum arcano Dei consilio dell’11 febbraio 1904 (l’ultima risaliva a Leone XII con la bolla Cum primum del 31 maggio 1824).
In tale occasione fu riformato anche il vicariato, il cui cardinale vicario, Respighi, fu fornito di ampie facoltà, che dimostrano quanto difficile fosse l’esercizio della sua giurisdizione di fronte alle molte esenzioni e privilegi che incontrava nell’Urbe.
«L’Osservatore Romano» del 1905 informa che nel 1904 la popolazione di Roma era di 462.783 abitanti, di cui 442.394 cattolici, 7121 ebrei, 5993 protestanti, 321 greci scismatici, 38 di altre religioni e 2689 senza culto; le parrocchie erano 58, suddivise in urbane (24 affidate al clero secolare e 25 a quello regolare) e suburbane, ossia fuori le mura Aureliane (una al clero secolare e 8 a quello regolare).
Seri problemi venivano dall’agro romano – terra di missione fin dal lontano 1598 con i gesuiti, poi con i barnabiti nella diocesi di Porto (1608), Ostia (1613 e 1617), Albano (1642), e poi su iniziativa pontificia (1703) –, che ora dipendeva dai vescovi di Roma, di Ostia, di Porto e Santa Rufina, di Velletri, di Albano, di Frascati, di Tivoli e di Palestrina.
Molto in questo senso fece l’istituto dei Cento Preti.
L’Etsi nos - Il termine topografico-amministrativo di diocesi dell’Urbe – apparso per la prima volta nel decreto Licet ecclesiarum di nomina vicariale di Domenico, vescovo di Torcello, sottoscritto il 31 agosto 1464 da Paolo II, e poi ricomparso all’interno dell’opera Refutatio coniecturae… di Aleandro del 1619 – fu finalmente identificato da Pio X con quello, parimenti topografico, di vicariato di Roma, quando riformò l’amministrazione vicariale con la costituzione apostolica Etsi nos del 1° gennaio 1912, dandogli un vero e proprio ordinamento (ultimo atto della riforma della curia romana dovuta alla costituzione Sapienti consilio del 29 giugno 1908).
Abolito il tribunale civile e criminale del cardinale vicario, la riforma del vicariato comportò la sua divisione in quattro uffici: I - per il culto divino e per la visita apostolica; II - per la disciplina del clero e del popolo cristiano; III - per gli atti giudiziari; IV - per l’amministrazione dei beni.
A essi furono preposti altrettanti prelati, di nomina pontificia.
Questa riforma, progettata dal cardinale Gaetano de Lai, abolì anche l’ufficio di vicegerente (sarà però ricostituito da Benedetto XV con il motu proprio In ordinandis del 21 aprile 1917).
La seconda sezione dell’Etsi nos – dell’ufficio De cleri et christiani populi disciplina – concerneva gli istituti religiosi femminili, che furono sottoposti alla giurisdizione ordinaria del cardinale vicario.
Egli li controllava e li dirigeva anche nei rapporti con le autorità civili, specie nel campo scolastico, sopprimendo qualsiasi privilegio o esenzione e riducendo a titolo onorifico l’importante ruolo esercitato dal cardinale protettore.
Il rafforzamento del vicariato sull’attività degli istituti religiosi proseguì con i cardinali vicari Respighi e Pompili, e specialmente con il cardinale Marchetti Selvaggiani.
Tale atteggiamento si mitigò solo con i cardinali vicari Micara, Traglia e Dell’Acqua, che cercarono di andare incontro alla necessità degli istituti religiosi di disporre di un procuratore presso la Santa Sede e di far studiare le proprie vocazioni nelle prestigiose università romane, cui fu conferito il titolo di «pontificie» rispettivamente: nel 1873 alla Gregoriana, nel 1959 alla Lateranense, nel 1962 all’Urbaniana, nel 1963 a quella di San Tommaso, nel 1973 alla Salesiana.
La diocesi di Roma - Il Vicarius Urbis poté disporre di un proprio edificio per i propri uffici, diverso da quello abitativo, a partire dall’inizio del XX sec., quando il 10 ottobre 1906 Pio X acquistò, dopo il fallimento della banca romana, alle spalle del Pantheon, all’arco della Ciambella, nel rione Pigna, il palazzo Maffei-Ludovisi (poi Marescotti).
Da allora è noto come palazzo del Vicariato.
Invece il palazzo pontificio Lateranense (costruito da Domenico Fontana nel 1586 sul luogo dell’antico Patriarchio, che fu residenza dei papi per circa un millennio, dal tempo di Costantino al periodo avignonese), con ingresso da piazza San Giovanni, fu sede del vicariato solo dal 1967 e gode di extraterritorialità a seguito del concordato con lo Stato italiano; qui furono firmati i patti Lateranensi (nella sala poi detta della Conciliazione), l’11 febbraio 1929.
Dal punto di vista giuridico, il codice di diritto canonico del 1917 non presenta alcun canone che riguardi espressamente il cardinale vicario (indirettamente il can. 1562), così come quello del 1983, che si limita a trattare dei vicari generali ed episcopali.
Pio XI, il 23 ottobre 1926, dispose che il vicegerente presiedesse agli affari giudiziari e alle pratiche matrimoniali, e nel 1929 istituì un vicariato, conservando la bimillenaria unità territoriale della sede episcopale romana nel riguardarla non come città, ma come diocesi.
A dieci anni dalla presa di Roma da parte dell’esercito tedesco (vedi la generosità della Chiesa di Roma che permise di salvare la vita a migliaia di ebrei, molti dei quali ospitati nello stesso palazzo del Laterano), un secondo vicegerente fu istituito da Pio XII l’11 aprile 1953; primo e unico a essere nominato fu monsignor Ettore Cunial, arcivescovo titolare di Scitopoli, che rimase in carica fino al 1972.
Di papa Pacelli importante fu la costituzione Vacantis Sedis Apostolicae, che ripete in parte quella di san Pio X Vacante Sede Apostolica, nella quale per due volte si parla del cardinale vicario.
Intanto la diocesi continuava a espandersi.
Nel 1958 le parrocchie erano 175, per salire a 182 nell’anno successivo (in una realtà cittadina che contava un migliaio di altre chiese, fra basiliche, oratori e cappelle).
A causa della scarsità delle vocazioni, numerose parrocchie furono affidate ai religiosi, la cui massiccia presenza – circa 380 comunità maschili e 730 femminili – si fece notare anche per il numero di seminari, collegi e convitti ad essi legati.
In questo contesto, Giovanni XXIII, dopo aver costituito una speciale commissione sinodale il 18 febbraio 1959 sotto la presidenza del vicegerente Luigi Traglia, indisse il sinodo con il chirografo pontificio Sancti Spiritus lumen del 16 gennaio 1960, che fu inaugurato il 24 dello stesso mese nella basilica Lateranense.
La Prima Romana Synodus, promulgata con la costituzione apostolica Sollicitudo del 29 giugno 1960, rappresentò il primo sinodo romano post-tridentino (l’11 ottobre 1962 Giovanni XXIII aprirà in Vaticano il concilio Vaticano II).
L’8 luglio 1961 vennero nominati per la prima volta due vescovi ausiliari del cardinale vicario, i cui compiti erano quelli tradizionali dei vescovi ausiliari.
Il papa insistette molto sul concetto omnicomprensivo di diocesi da attribuirsi alla città di Roma (a esempio il titolo del «Bollettino del Clero Romano» fu sostituito, per suo volere, in quello di «Rivista Diocesana di Roma»), in quanto le difficoltà non mancavano al tentativo di darle il volto di Chiesa locale.
Il lavoro del sinodo romano del 1960, teso a un pieno inserimento dei religiosi nella pastorale diocesana, raccolse i suoi primi frutti con il cardinale vicario Poletti.
Paolo VI, con il motu proprio Romanae Urbis dignitatem del 2 febbraio 1966, diede un nuovo ordinamento alla diocesi con lo scopo di attuare il concilio Vaticano II, tenendo conto della nuova situazione della città, che vedeva la presenza di 2.500.000 abitanti con 232 parrocchie, di cui solo 43 ubicate all’interno delle mura.
Suddivise il territorio del vicariato in cinque settori (Centro: San Giovanni; Nord: Sant’Agnese; Ovest: Santa Maria delle Grazie; Sud: San Paolo; Est: San Leone Magno), amministrati da un vescovo ausiliare dotato di precise facoltà conferitegli dal cardinale vicario, alla cui giurisdizione era sottoposto.
La costituzione del consiglio episcopale, del consiglio presbiterale, del consiglio pastorale e dei vari organismi pastorali di partecipazione, come la stessa prassi di visitare le parrocchie e le diverse realtà ecclesiali da parte del suo vescovo, accrebbe notevolmente il senso d’identità diocesana, riflettutosi nel convegno del febbraio 1974 e in altri convegni diocesani di clero, di laici, di religiosi.
Successivamente fu istituita la Usmi nel 1970 e la Cism nel 1973.
La costituzione apostolica Vicariae Potestatis in Urbe del 6 gennaio 1977 diede un nuovo ordinamento al vicariato, ancora formalmente regolato dalla Etsi nos, per renderlo più consono agli orientamenti emersi dal concilio Vaticano II.
Il vicariato si articolò pertanto nella segreteria generale, nei centri pastorali e uffici e nei tribunali (quello ordinario della diocesi di Roma, quello regionale del Lazio per le cause di nullità del matrimonio e quello di appello), mentre il cardinale vicario fu definito come colui che «In Nostro nome e per Nostro mandato, esercita il ministero episcopale di magistero, santificazione e governo pastorale della diocesi di Roma con potestà ordinaria vicaria nei termini da Noi stabiliti.
Egli, perciò, è giudice ordinario della diocesi di Roma.
Il cardinale vicario non cessa dal suo ufficio nella vacanza della Sede apostolica.
Nell’ambito della diocesi di Roma esercitano distinte giurisdizioni sia il cardinale arciprete della basilica Vaticana, a norma delle antiche e ancora vigenti costituzioni della basilica stessa, sia il vicario generale per la Città del Vaticano.
Il cardinale vicario è coadiuvato dal vicegerente [nominato dal Santo Padre e insignito del titolo di arcivescovo] e dai vescovi [ausiliari, che insieme con lui e sotto la sua guida, formano il consiglio episcopale della diocesi, e che esercitano, con potestà di vicari episcopali, il ministero pastorale in un settore o in una determinata attività pastorale della diocesi]».
Il cambiamento di sensibilità permise di organizzare nel gennaio del 1980 il primo convegno sulla Presenza e missione dei religiosi e delle religiose nella Chiesa di Roma.
Giovanni Paolo II, di venerata memoria (†2 aprile 2005), con il motu proprio Sollicita cura del 26 dicembre 1987, costituì nel vicariato il tribunale d’appello, distinto dagli altri tribunali, al quale furono deferite in seconda istanza le cause matrimoniali trattate in prima istanza dal tribunale regionale del Lazio e dai tribunali regionali di Napoli e Cagliari, e in appello anche le altre cause dei tribunali diocesani di Roma e delle altre diocesi del Lazio, quelle dell’Ordinariato militare per l’Italia e della prelatura personale dell’Opus Dei.
Importante fu il secondo sinodo diocesano, annunciato il 17 maggio 1986 e conclusosi il 29 maggio 1993, e la costituzione Ecclesia in Urbe del 1° gennaio 1998, che conferì al vicariato una nuova disciplina, confermando i poteri già attribuiti al cardinale vicario; e inoltre gli conferì una nuova struttura, con venti uffici a carattere pastorale e otto a carattere amministrativo.
Particolarmente significativa fu la Missione cittadina indetta in preparazione al grande Giubileo dell’anno 2000; espressione della grande vivacità della diocesi di Roma, che quest’anno segue un programma pastorale incentrato sulla famiglia.
Il 7 maggio 2005 il nuovo vescovo di Roma, Benedetto XVI, si è insediato sulla cattedra romana della basilica Lateranense.
Il governo spirituale della diocesi dal 1° luglio 1991 continua nella persona del suo vicario generale, cardinale Camillo Ruini, arciprete della patriarcale arcibasilica Lateranense, gran cancelliere della Pontificia Università Lateranense; è coadiuvato da sette vescovi ausiliari.
La diocesi, avendo disposto il 28 giugno 2005 la sessione di apertura dell’inchiesta diocesana sulla vita, le virtù e la fama di santità del servo di Dio Giovanni Paolo II, continua pertanto a camminare sulla via della «esemplarità» di tanti santi romani vecchi e nuovi, come santa Melania, san Clemente I papa, san Damaso I papa, sant’Eustochio, santa Francesca Romana, san Gregorio Magno papa, san Niccolò I papa, san Severino Boezio, san Vincenzo Pallotti ecc., o come san Giovanni Battista de Rossi (†1764) che operò nell’Urbe all’assistenza dei poveri materiali e spirituali (cfr. in Santa Maria in Cosmedin il suo confessionale conservato come una reliquia), o san Benedetto Giuseppe Labre (†1783) conosciuto come il «povero del Colosseo», o ancora Gaspare del Bufalo (†1837); per una visione completa dei santi e martiri del clero secolare o regolare romano, vedi il Martyrologium Romanum.
Oltre a essere la sede dei dicasteri della curia romana e del collegio cardinalizio – lo Stato della Città del Vaticano costituisce una enclave sovrana nel territorio comunale di Roma; essa, pur facente parte della diocesi di Roma, dispone di un proprio vicariato della Città del Vaticano, che gli garantisce una propria amministrazione religiosa (istituito da Pio XI, con la costituzione Ex Lateranensi pacto del 30 maggio 1929), al quale provvede oggi, come vicario generale di Sua Santità per la Città del Vaticano, l’arciprete pro tempore della patriarcale basilica Vaticana –, la diocesi di Roma ospita 5 basiliche patriarcali; 58 basiliche minori; 279 chiese non parrocchiali; 333 parrocchie suddivise nelle 36 prefetture dei cinque settori della città (centro, nord, est, sud, ovest); 416 comunità religiose maschili (eccetto parrocchie); 1150 comunità religiose femminili; 397 luoghi sussidiari di culto; 55 nuove chiese inaugurate negli ultimi dieci anni; 9 chiese cattoliche officiate in rito orientale; 11 missioni con cura d’anime; 286 aggregazioni ecclesiali; 411 istituzioni culturali; 82 confraternite; circa 7000 catechisti e 400 catecumeni.
Un dinamismo pastorale dovuto soprattutto alla lodevole attività dei suoi parroci (alcuni saliti alla dignità episcopale) e dei suoi diversi organismi diocesani.
Da evidenziare la nascita del Centro diocesano per la pastorale familiare nel 1992 e l’attività svolta dalla Caritas diocesana, istituita nell’immediata stagione post-conciliare (celebra quest’anno il suo 25° anniversario di fondazione), che promuove e anima una capillare rete di carità a favore dei poveri, degli immigrati e delle persone in difficoltà, come attraverso l’importante fondazione antiusura Salus Populi Romani costituita il 10 gennaio 1995 (cfr. l’Annuario Caritas Diocesana di Roma); e inoltre la presenza di sacerdoti stranieri, il mondo della vita consacrata, i diaconi permanenti, le chiese cattoliche di rito orientale, il Centro per il diaconato permanente, il Centro per la pastorale familiare, il Coro diocesano, il Coro interuniversitario, la Ecclesia Mater, l’Opera romana pellegrinaggi, il supplemento domenicale di «Avvenire»: Roma Sette, la bimestrale «Rivista Diocesana di Roma», la segreteria generale e la confraternita legata a San Giovanni in Laterano.
Tra i seminari diocesani spiccano il pontificio seminario romano maggiore e il pontificio seminario romano minore, il collegio diocesano Redemptoris Mater, l’Almo collegio Capranica e il seminario della Madonna del Divino Amore, unito all’omonimo santuario posto lungo la via Ardeatina: il più amato dai romani e la cui Santissima Vergine è con particolare devozione invocata come salvatrice della città.
Espressione della grande devozione mariana della diocesi di Roma, che vive fin dal terzo decennio del III . d.C., cioè da quando si venera nella catacomba di Priscilla la prima e più antica immagine dell’iconografia cristiana: la Virgo lactans.
Elenco dei vicari - Tra i cardinali vicari del periodo si annotano: Costantino Patrizi (21 dic. 1841-1876), nato a Siena il 4 set. 1798, card. in pectore il 23 giu. 1834 e pubblicato del Tit. dei Santi Stefano e Silvestro in Capite l’11 lug. 1836, morì il 17 dic. 1876; avendo seguito Pio IX nell’esilio di Gaeta, il vicariato fu retto prima dal vicegerente Giuseppe Canali e poi da mons. Giuseppe Angelini; Raffaele Monaco La Valletta (22 apr. 1876-mar. 1884) nato a l’Aquila il 23 feb. 1827, creato card. del Tit. di Santa Croce in Gerusalemme il 13 mar. 1868, morì ad Agevola (Salerno) nel 1896; Lucido M. Parocchi (mar. 1884-1899) nato a Mantova il 13 ago. 1833, creato card. del Tit. di San Sisto il 22 giu. 1877, morì a Roma il 15 gen. 1903; Domenico M. Jacobini (14 dic. 1899-1900) nato a Roma il 3 set. 1837, creato card. del Tit. dei Santi Pietro e Marcellino il 22 giu. 1896, morì il 1° feb. 1900; Pietro Respighi (19 lug. 1900-1913) nato a Bologna nel 1843, creato card. del Tit. dei Santi Quattro Coronati il 26 apr. 1900, morì a Roma nel 1913; Basilio Pompili (1913-1931) nato a Spoleto il 16 apr. 1858, creato card. della diaconia di Santa Maria in Dominica il 27 nov. 1911, morì il 15 mag. 1931; Francesco Marchetti Selvaggiani (11 mag. 1931-1951) nato a Roma il 1° ott. 1871, creato e pubblicato card. del Tit. di Santa Maria Nova il 30 mag.
1930, morì a Roma il 13 gen. 1951; Clemente Micara (31 gen. 1951- 1965), nato a Frascati il 24 dic. 1879, creato e pubblicato card. del Tit. di Santa Maria sopra Minerva il 18 feb. 1946; Luigi Traglia, (28 mar. 1965-1968) nato ad Albano Laziale il 3 apr. 1895, creato e pubblicato card. del Tit. di Sant’Andrea della Valle il 28 mar. 1960; Angelo Dell’Acqua (1968-1972); Ugo Poletti (1972-1991); Camillo Ruini, Pro vicario (17 gen. 1991), nato a Sassuolo il 19 feb. 1931, creato e pubblicato card. del Tit. di Sant’Agnese fuori le Mura il 28 giu. 1991; dal 1° lug. 1991 vicario generale di Sua Santità per la diocesi di Roma.

V - Conclusione
Nonostante la sua sollicitudo omnium ecclesiarum, particolarmente nei primi secoli il sommo pontefice, vescovo di Roma, si prese direttamente cura della sua Chiesa di Roma e delle regioni più vicine e facilmente raggiungibili.
In questa attività venne nel tempo coadiuvato da varie figure (dai chierici della Chiesa di Roma, dai vescovi suburbicari, dalla curia romana, dai cardinali ecc.), e da strumenti non permanenti (sinodi o concili, per esempio).
Fra essi emerse lentamente la figura del suo vicario in Spiritualibus, generalmente insignito di carattere episcopale, in carica specialmente quando egli si trovava fuori sede.
In un secondo momento quest’ultimo iniziò a esercitare il suo ufficio stabilmente, indipendentemente dalla presenza del papa.
La figura del cardinale vicario, ben più ampia di quella di ogni altro vicario generale, iniziò con Paolo IV, quando decise di affidare la cura dei fedeli romani al Sacro Collegio dei cardinali.
Alla luce di quanto detto, si è affrontato, nelle poche pagine concesse da questo Dizionario, il mare magnum della sua bimillenaria e affascinante storia, nella consapevolezza che questo rapido cammino attraverso i duemila anni di vita della diocesi più antica al mondo non ha preteso sciogliere gli ancora numerosi nodi storiografici presenti (cfr. l'Introduzione alla regione ecclesiastica Lazio nel vol.
I, pp. 133-155, che ne costituisce l’imprescindibile quadro storico di riferimento), preferendo incamminarsi lungo l’umile via – ancora oggi ben visibile tra i resti dei suoi antichi monumenti – della sua esemplarità e unicità.
Stupenda e misteriosa immagine dantesca di «Roma onde Cristo è romano »! Auspicio a veder presto scritta la storia di ciò a cui il mondo intero guarda, la Chiesa di Roma che, quasi sospesa tra «romanità » e «universalità», riporta sulla facciata della sua cattedrale di San Giovanni in Laterano le eterne parole: «Sacrosancta Lateranensis ecclesia omnium urbis et orbis ecclesiarum mater et caput».

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Mancando ancora una storia della diocesi di Roma, e non potendo dare in questa sede ragione dello stato completo degli studi e dei problemi ad essi collegati, si riportano solo alcune pubblicazioni: Confini della Diocesi di Roma e del Comune di Roma con l’indicazione delle parrocchie, Biblioteca Apostolica Vaticana, St. Geogr. S.I. 266;
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