LITURGIA - SANTA MARIA DELLA PRESENTAZIONE

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LITURGIA *  LITURGIA DELLE ORE *  I PADRI DELLA CHIESA * SANTI E BEATI

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liturgia
L'anno liturgico è la celebrazione della vita di Gesù distribuita nell'arco di un intero anno.
"l'anno liturgico è composto dal ciclo delle stagioni liturgiche, le quali determinano le feste da osservare, le celebrazioni dei Santi, e i passi delle Sacre scritture da leggersi nelle celebrazioni."






Tempo di Avvento
L’Avvento, nella liturgia cristiana, è uno dei tempi liturgici e viene inteso come l’inizio dell’anno liturgico e comprende le quattro domeniche d’Avvento che precedono il Natale.
L’origine del tempo di Avvento in realtà è tardiva: viene individuata tra il IV ed il VI secolo. La prima celebrazione del Natale a Roma, infatti, avviene nel 336 d.C. ed è proprio verso la fine del IV secolo che si riscontra in Gallia ed in Spagna un periodo di preparazione alla festa del Natale.
Solo a partire dal VII, si inizierà però a parlare effettivamente di tempo di Avvento nelle quattro settimane con riferimento a Natale. Tale periodo verrà chiamato tempus ante natale Domini (Tempo che precede la nascita del Signore) o tempus adventūs Domini (tempo della venuta del Signore). Il primo a fissare le domeniche di Avvento per la Chiesa Occidentale in quattro feste, infatti, fu Papa Gregorio Magno. Più nello specifico, le quattro domeniche d’Avvento stanno simbolicamente a rappresentare i quattromila anni, che gli uomini, secondo l’interpretazione di allora, dovettero attendere per la venuta del Salvatore, dopo aver commesso il peccato originale.

Le 4 candele che segnano l'Avvento
La prima candela è detta "del Profeta", poiché ricorda le profezie sulla venuta del Messia.
La seconda candela è detta "di Betlemme", per ricordare la città in cui è nato il Messia.
La terza candela è detta "dei pastori", i primi che videro ed adorarono il Messia.
La quarta candela è detta "degli Angeli", i primi ad annunciare al mondo la nascita del Messia.
LITURGIA delle "ORE"
prega con la liturgia
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La Liturgia delle Ore nasce dall’esortazione di Gesù a pregare sempre,
La Liturgia delle Ore sancisce un momento di dialogo fra Dio e gli uomini.
La Liturgia delle Ore si compone fondamentalmente della lettura della Parola di Dio e di Salmi diversi a seconda dei giorni e dell’orario.

Tutte queste preghiere comuni, suddivise nell’arco della stessa giornata, furono ordinate e andarono a formare la Liturgia delle Ore o Ufficio divino, una preghiera di lode e supplica della Chiesa con Cristo e a Cristo, arricchita di letture bibliche, cantici e inni.
La riforma di San Benedetto decretò la regola da applicare a questa consuetudine, stabilendo le diverse ore della giornata in cui i monaci dovevano ritrovarsi a pregare insieme, e le modalità.
L’usanza della Liturgia delle Ore si diffuse rapidamente anche al di fuori dei monasteri.
Il Concilio Vaticano II ha decretato che, mentre i presbiteri e i vescovi devono praticare la celebrazione della Liturgia delle Ore nella sua forma integrale e i vescovi e i diaconi devono recitare le tre Ore maggiori, anche i fedeli sono tenuti a celebrare ogni giorno almeno le Ore canoniche.

SUDDIVISIONE
Le preghiere sono previste in diverse ore della giornata, articolata nelle ore canoniche.
Le due ore principali sono:
  • le Lodi Mattutine, che si celebrano all’inizio della giornata;
  • i Vespri, che si celebrano alla sera, solitamente all’imbrunire o prima di cena.

Struttura
La prima ora che si recita nella giornata (sia essa l’Ufficio delle Letture o le Lodi Mattutine) è preceduta dalla recita del salmo invitatorio con la sua antifona, che si ripete tra le strofe.
  • il Benedictus o Cantico di Zaccaria nelle Lodi;
  • il Magnificat o Cantico della Beata Vergine Maria nei Vespri.
* Si apre con un versetto (“O Dio, vieni a salvarmi” – “Signore, vieni presto in mio aiuto”, tratto dal salmo 69), a cui segue il Gloria al Padre.
* Poi un inno, tratto dalle composizioni poetiche di origine ecclesiale.
* Si continua con la recita di tre salmi:
Ogni salmo o parte di salmo è introdotto da un’antifona, che ha la funzione di orientare la preghiera al contenuto del salmo; al termine del salmo, salvo ove diversamente indicato, si recita la dossologia Gloria al Padre. L’antifona si recita di nuovo dopo il Gloria al Padre o comunque alla fine dello stesso salmo.
* Segue una lettura biblica con il suo responsorio.
Nelle LODI e nei VESPRI segue  un cantico tratto dal Vangelo:

Le Lodi si concludono con le invocazioni, e i Vespri con le corrispondenti intercessioni, a cui fa seguito il Padre nostro.
Tutte le ore terminano con l’orazione finale.
COMMENTO DEI PADRI DELLA CHIESA
I PADRI DELLA CHIESA
AMBROSIASTER                         SAN GIOVANNI CRISOSTOMO    
CLEMENTE ALESSANDRINO             SAN GIROLAMO               
DIDIMO IL CIECO                        SAN GREGORIO DI NISSA
DOROTEO DI GAZA                      SAN GREGORIO MAGNO
EVAGRIO PONTICO                   SANT’AGOSTINO DI IPPONA
GREGORIO NAZIANZENO                SANT’AMBROGIO
ORIGINE ADAMANTIO                    SANT’ANTONIO ABATE
SAN BASILIO MAGNO                    SANT’ATANASIO DI ALESSANDRIA
SAN CIPRIANO DI CARTAGINE           SANT’EFREM
SAN CIRILLO DI ALESSANDRIA          SANT’EUSEBIO DI CESAREA
SAN CROMAZIO DI AQUILEIA            SANT’ILARIO DI POITIERS
SAN CIRILLO DI GERUSALEMME        
TERTULLIANO


EVAGRIO PONTICO
Evagrio appartiene al numero di quegli uomini, non rari nella storia della chiesa, ai quali è capitata una sorte per più aspetti contraddittoria [1]: uomo di mondo in un primo tempo, umile padre del deserto in seguito; molto ammirato in vita, ma ritenuto per lungo tempo eretico dopo la sua morte; “padre della nostra letteratura spirituale” (O. Chadwick), ma anche autore di un’opera fino a poco tempo fa conosciuta solo in traduzione o sotto altro nome... Chi era quest’uomo?

Evagrio nacque attorno al 345 a Ibora nella provincia del Ponto (Asia Minore). Il padre era un corepiscopo [2] appartenente a una famiglia assai influente e di elevata condizione. Non sappiamo nulla della sua giovinezza e formazione. Sembra tuttavia che da ragazzo egli abbia ricevuto un’eccellente educazione. Basilio, a partire dal 370 vescovo di Cesarea - metropoli della Cappadocia di cui fa parte anche Ibora -, notò il giovane Evagrio e lo fece entrare nel suo clero come lettore. Il nostro autore appartiene così alla cerchia di quei famosi “grandi cappadoci” - Basilio di Cesarea, Gregorio di Nazianzo e Gregorio di Nissa in particolare - il cui pensiero ha profondamente marcato la teologia.

Basilio muore già nel gennaio del 379. Per delle ragioni che a noi non risultano più molto chiare, Evagrio non rimane presso il successore sulla cattedra di Cesarea, ma “fugge” presso l’amico intimo di Basilio, Gregorio di Nazianzo, che a partire da marzo-aprile del 379 si trova a capo della minuscola comunità ortodossa di Costantinopoli. Lì, nella capitale imperiale, Gregorio conferisce il diaconato a Evagrio, che resterà diacono per tutta la vita. Stando al testamento di Gregorio - 31 maggio 381 -, Evagrio deve essere stato di notevole aiuto al suo vescovo nella lotta per far prevalere l’ortodossia sull’arianesimo, all’epoca ancora estremamente potente. Così, formazione teologica e fascino personale, uniti a un grande talento oratorio, destinavano manifestamente il giovane chierico a una brillante carriera, soprattutto dopo che l’imperatore Teodosio, nel 380, ebbe dato il suo contributo al trionfo dell’ortodossia.

Gregorio, peraltro, scoraggiato dagli intrighi interni alla chiesa, rinunciò alla sua carica già a metà del 381 e ritornò a Nazianzo. Evagrio, invece, rimase presso il successore di Gregorio, Nettario, al quale seppe rendere preziosi servizi. Tuttavia, pur non avendo seguito Gregorio nel suo rientro al paese d’origine, Evagrio conservò per lui fino alla morte un ricordo di affettuosa gratitudine [3], considerandolo maestro nella “più alta filosofia” e celebrandolo come “bocca del Cristo” e “vaso d’elezione” [4]. Anche il Praktikos, ovvero il Trattato partico, apporta, a questo riguardo, una testimonianza eloquente [5].

Poco dopo la partenza di Gregorio, presumibilmente, Evagrio fu implicato in una vicenda che avrebbe dato alla sua vita un orientamento radicalmente diverso. La moglie di un alto funzionario imperiale si invaghì del brillante e affascinante oratore, il quale da parte sua non si sentiva più così sicuro di se stesso. Un sogno assai interessante dal punto di vista psicologico - raccontato più tardi da Evagrio a un suo confidente - gli mette davanti la soluzione del conflitto: fuggire. È la seconda fuga di cui siamo a conoscenza, ma non sarà l’ultima.

Non sappiamo perché Evagrio si sia rifugiato a Gerusalemme e non presso Gregorio. In ogni caso, vi fu accolto da Melania l’Anziana, vedova dell’alta nobiltà, che insieme a Rufino, tra il 375 e il 380, aveva fondato un monastero doppio sul Monte degli ulivi. Nel suo sogno, Evagrio aveva giurato di cambiare radicalmente la sua vita mondana, ma, appena passato il pericolo, dimenticò subito di dar seguito al suo voto. L’aveva “rimosso”, diremmo noi oggi alla luce di quello che è capitato in seguito.

Infatti, dopo qualche tempo, Evagrio fu vittima di un’inspiegabile “febbre”, che lo bloccò a letto per sei mesi, portandolo vicino alla morte. La perspicace ed energica Melania sembra aver intuito l’origine “psicologica” di quella febbre. In ogni caso, grazie alla sua insistenza, Evagrio le confessa il voto da lui fatto a Costantinopoli. Melania si fa dunque promettere che sarebbe diventato monaco e, in pochi giorni, Evagrio è guarito. Nella Pasqua del 383, Rufino gli consegna l’abito monastico alla presenza di Melania.

Invece di entrare nella comunità monastica fondata da Rufino sul Monte degli ulivi, Evagrio si ritira nel deserto egiziano. Dapprima a Nitria, a una cinquantina di chilometri a sud-est di Alessandria, per due anni; poi, per il resto della sua vita, a Kellia (“le celle”) situata nel deserto più interno e riservata ai monaci più “sperimentati”[6]. Perché Evagrio non è rimasto a Gerusalemme? Ancora una volta non lo sappiamo. Forse questa città di pellegrinaggi era ancora troppo “mondana” per il sensibile diacono. In ogni caso, a Kellia subito lo ritroviamo in compagnia di vecchi amici di Melania. E in particolare con un discepolo del grande Pambo, l’erudito e virtuoso Ammonio, che Evagrio entrerà in stretta amicizia, mentre troverà un confidente pieno di esperienza in Albino, forse un parente di Melania.

Benché, stando alle sue lettere, la vita nel deserto non gli sia mai risultata facile, Evagrio non ha più abbandonato questo “esilio”, come lui lo chiama, tranne che per alcune visite occasionali ad Alessandria e una fuga in Palestina per sottrarsi al patriarca di Alessandria, Teofilo, che voleva consacrarlo vescovo di Thmuis.

Sotto la direzione del severo asceta Macario l’Alessandrino, presbitero di Kellia, e del suo omonimo, il grande mistico Macario l’Egiziano [7], che abitava a Scete - situata ancora più lontano nel deserto -, Evagrio con il passare degli anni si trasforma e, da greco elegante e raffinato, diventa un padre del deserto, pieno di comprensione e di straordinaria bontà, ma anche rigoroso e senza compromessi nella sua vita personale. Nel corso di questi anni Evagrio sviluppa pure una prodigiosa attività letteraria, molto apprezzata da numerosi amici e discepoli. Questa “fama” crescente gli valse però, già durante la sua vita, invidia e calunnie. Il giorno dell’Epifania del 399, Evagrio muore, dopo circa due anni di malattia, probabilmente una nefrite, contratta in seguito alla sua eccessiva austerità.

La sua morte a soli 54 anni, percepita come prematura anche dai suoi contemporanei, si sarebbe tuttavia rivelata provvidenziale. Già a partire dalla Pasqua del 399, infatti, si accendono le polemiche che entreranno nella storia sotto la designazione di “prima crisi origenista”. Per il momento esse riguardano Evagrio solo indirettamente, ma non per questo saranno meno cariche di conseguenze [8].

Evagrio apparteneva a un gruppo numericamente non irrilevante di asceti molto stimati, che gli avversari qualificavano come “origenisti” - chiaramente in senso peggiorativo - per il fatto che essi attingevano di preferenza ai tesori della grande scuola dei teologi alessandrini: Clemente, Didimo il Cieco e, ovviamente, Origene. Per motivi che non sono più per noi molto chiari, dalla massa dei monaci illetterati si sollevò allora una violenta opposizione contro i loro confratelli “origenisti”, che erano ben lungi dall’essere tutti dei “letterati”. Il punto controverso era apparentemente la questione riguardante la “forma” di Dio: si può dire che Dio ha una “forma”, come si è portati a supporre leggendo i versetti del libro della Genesi concernenti la creazione dell’uomo a “immagine” e “somiglianza” di Dio [9], oppure questo passo della Scrittura è da intendere secondo il senso spirituale? E quello che facevano Origene e i suoi discepoli, arrivando alla conclusione che, se Dio è immateriale, deve anche essere senza forma. Evagrio, nei 153 capitoli del suo trattato sulla preghiera, si pone risolutamente su questa linea.

Ora, in un primo tempo il patriarca Teofilo, noto per la sua volubilità, nella sua lettera per la Pasqua del 399 condannò con la più grande fermezza l’“antropomorfismo” degli avversari di Origene. Amico personale degli “origenisti”, aveva scelto più di un vescovo dalle loro file. Ma sotto la violenta pressione delle masse eccitate fece ben presto un totale voltafaccia e condannò Origene e quelli della sua parte. Giunse perfino a fare irruzione nelle case dei suoi vecchi amici con l’impiego della forza militare (400). Lo storico ecclesiastico Socrate (ca. 380-450), che aveva a sua disposizione delle fonti oggi perdute, attribuisce questo brusco cambiamento di Teofilo a motivi per nulla limpidi e, comunque, del tutto personali.

In ogni caso, gli “origenisti” perseguitati presero la fuga; più di 300 monaci furono coinvolti in questi avvenimenti. Molti si recarono in Palestina; Ammonio e i suoi fratelli si spinsero fino a Costantinopoli, dove furono accolti da Giovanni Crisostomo. Sotto la spinta congiunta di Epifanio di Salamina e di Gerolamo, il conflitto assunse contorni tali da riguardare la politica ecclesiastica internazionale, facendo entrare in gioco la vecchia rivalità tra Alessandria e la “nuova Roma”. Ma non è il caso che noi ci occupiamo del seguito della vicenda. Il conflitto tra Teofilo e gli “origenisti” si concluse in maniera poco chiara, così come lo erano stati i suoi inizi. Senza che i sospettati di eresia fossero stati costretti ad abiurare, si giunse a un accordo e i proscritti sopravvissuti poterono tornare alle loro celle (403).

Il nome di Evagrio non è mai pronunciato durante tutta questa penosa controversia: né da coloro che ne furono i protagonisti, né dagli storici successivi. Dalle lettere dello stesso Evagrio si può però desumere che egli aveva percepito le tensioni che precedettero lo scoppio del conflitto e che ne aveva sofferto. Nonostante la composizione bonaria della vertenza, un’ombra era caduta su Origene e su tutti coloro che erano stati bollati come “origenisti”. Da qui essa si estese su Evagrio, sui suoi discepoli Palladio e Ammonio, e su numerosi altri asceti, di cui, nella misura del possibile, si cercò di cancellare i nomi, diventati, di conseguenza, parzialmente introvabili negli Apophthegmata Patrum.

Questa controversia attorno a Origene, tuttavia, divenne fatale per Evagrio solo 150 anni dopo la sua morte, quando alcuni monaci palestinesi, utilizzando certi suoi scritti e altri sospettati di “origenismo”, costruirono un “sistema” che sollevò l’indignazione dei loro confratelli. Nel 553, questo partito di opposizione riuscì a convincere Giustiniano a condannare Origene e coloro che sostenevano determinati punti della sua dottrina. Con il grande alessandrino erano ora anche Didimo il Cieco ed Evagrio a essere colpiti.

A partire da questo momento, la storia dell’influenza di Evagrio si svolge in certo qual modo nella clandestinità, dalla quale, come un flusso potente, alimenta - in maniera non di rado sorprendente - numerose correnti, in oriente e in occidente, senza rivelare il suo nome. Molte delle sue opere vanno perse nella loro lingua originale; altre vengono trasmesse sotto il nome di altri autori. Ci sarà perfino un copista particolarmente scrupoloso che arriverà a dividere in due figure la persona di Evagrio: quella di un origenista “eretico”, da una parte, e quella di un discepolo “ortodosso” dei grandi cappadoci, dall’altra.

Questo tragico destino pesa ancora oggi su una valutazione sine ira et studio della mistica evagriana. A differenza di Meister Eckhart [10], ad esempio, il cui destino non è senza analogia con il suo, Evagrio non ha mai avuto la possibilità di difendersi in uno scritto dalle accuse mossegli dai suoi detrattori. Tuttavia, ciò che rende difficile l’approccio al pensiero dell’uno come dell’altro non è in definitiva l’“ortodossia” o l’“eterodossia” delle loro dottrine, bensì la loro inaccessibilità per uno spirito che proceda in maniera esclusivamente storico-critica. In una delle sue prediche, Meister Eckhart dice che la verità di cui sta parlando può essere compresa solo da colui che è “diventato” lui stesso questa verità, poiché essa viene “direttamente dal cuore di Dio”. Meister Eckhart non si avvale qui di alcuna prerogativa derivante da qualche “rivelazione privata”, ma unicamente di un’“intelligenza” del mistero del Dio rivelato; intelligenza per la quale non basta la sola ragione che è alla portata di chiunque, anche dell’impuro.

Evagrio non la pensa diversamente. In una lettera, egli rimette la ragione - la “dialettica” - al suo posto: solo il “cuore puro”, infatti, è atto alla “contemplazione” [11]. Riguardo poi alle intuizioni ricevute in questa contemplazione, il mistico può solo parlarne tramite concetti forzatamente inadeguati, in quanto tutti ricavati dalla realtà materiale, mentre Dio è immateriale [12]. Nella “Lettera ad Anatolio” [13] si trova un’affermazione - in riferimento soprattutto ai Kephalaia gnostika - di cui occorre tenere conto. Secondo essa, molto di ciò che viene detto è (intenzionalmente) “oscuro” e “velato”. Per coloro che camminano sulle “orme” dei padri, però, tutto diventa chiaro e luminoso.

Questo discorso, fatto da due mistici tanto significativi, contiene contemporaneamente una messa in guardia e un invito: una messa in guardia nei confronti di ogni tentativo puramente esteriore di afferrare l’inafferrabile, ma più ancora un invito a lasciarsi esistenzialmente afferrare da esso. La via da adottare è proprio la praktiké, alla quale questo scritto (il Praktikos – Il Trattato Pratico) è consacrato.

2. L’opera: i cento capitoli del Praktikos

Come la maggior parte delle opere di Evagrio, anche il Praktikos è, se così si può dire, uno scritto di circostanza, di cui si possono ancora cogliere chiaramente le fasi di sviluppo. I capitoli 6-90 costituiscono certamente il nucleo più antico. A esso verranno aggiunti successivamente, come “annesso documentario”, i capitoli 91-100, quando Evagrio raccoglierà tre scritti originariamente indipendenti - Praktikos, Gnostikos e Kephalaia gnostika - in una trilogia dedicata al suo amico e benefattore Anatolio. I capitoli introduttivi 1-5 daranno la cifra completa di cento capitoli da inserire in questo nuovo e più ampio quadro. La lettera dedicatoria ad Anatolio funge da prologo all’insieme, mentre la sua ultima parte serve da epilogo al Praktikos.
Evagrio Pontico:discepolo dei cappadoci e dei padri del desertodi Gabriel Bunge
Estratto da “Evagrio Pontico, Trattato pratico", Ed. Qiqajon 2008

L'opera
  • di Antoine Guillaumont. Estratto e tradotto da "Évagre le Pontique - Traité Pratique ou Le Moine", Tome I, Sources Chrétiennes n. 170, Les Éditions du Cerf, 1971


    Sull'attività letteraria di Evagrio esistono diversi testimoni contemporanei od antichi. Quando descrive la vita del suo maestro nel deserto, Palladio dice che vi compose un certo numero di libri [1]. In una delle sue lettere, scritta nel 414, anche san Girolamo menzionava alcuni scritti di Evagrio e constatava, per deplorarlo, che avevano un gran numero di lettori, non solo in Oriente ma anche in Occidente, grazie alle traduzioni latine che Rufino ne aveva fatto [2]. Verso la fine del V secolo, Gennadio di Marsiglia elencava una serie di libri di Evagrio che egli aveva, a sua volta, messo in latino [3]. Infine si trova presso lo storico Socrate menzione dell'attività letteraria di Evagrio ed un elenco di libri [4].

    Quest'opera è giunta fino a noi, ma in condizioni particolari, inerenti alla compromissione di Evagrio con l'origenismo. Abbiamo visto gli stretti legami che lo univano ai monaci origenisti che, all'indomani della sua morte, sarebbero stati perseguitati dal patriarca Teofilo. Tutto ci porta a credere che egli fu, tra di loro, la testa pensante, ed è l'unico di cui si sa che abbia scritto libri. Ben di più, in alcuni dei suoi scritti si trovano le opinioni origeniste - tra le altre, la pre-esistenza delle anime e l'apocatastasi - che furono combattute da Teofilo e, prima di lui, da Epifanio di Salamina e da san Gerolamo. Un secolo e mezzo più tardi, Evagrio fu espressamente scomunicato, con Origene e Didimo, dai Padri del V° Concilio ecumenico, convocato a Costantinopoli nel 553; l'origenismo che fu condannato è proprio la dottrina di Evagrio, in particolare la sua cristologia, ed i motivi della scomunica, che riassumono gli errori condannati, sono in parte formati da estratti delle sue opere. Come risultato, una parte importante di queste opere, in particolare i trattati con le opinioni incriminate, è scomparsa dalla tradizione manoscritta greca; fortunatamente, i Siriani, monofisiti o nestoriani, e gli Armeni non hanno cessato di vedere in Evagrio un dottore ortodosso ed i principali libri in cui il testo è andato perso, sono stati conservati in traduzioni siriache ed armene [5]. I Greci hanno salvaguardato in particolare i trattati di ascetica, dove le tesi principali origeniste non erano presenti e dove essi trovavano, trasmessa da una persona che, nel praticarla, era riuscito a darle una forma scritta e sistematica, la dottrina dei Padri dei deserti egiziani, che servì come norma per tutta la tradizione monastica orientale. Ma, a causa dell'anatema che aveva colpito il nome di Evagrio, questi trattati sono stati spesso messi dai copisti sotto altri nomi, più spesso sotto il nome di san Nilo [6]. Poiché anche costui aveva composto un'opera personale, non è sempre facile fare la separazione tra il suo autentico patrimonio letterario e quello di Evagrio. Il recupero dell'opera di quest'ultimo è, in questa condizione, un lavoro molto delicato ed i suoi contorni non sono ancora, sotto ogni aspetto, ben definiti. L'esposizione che segue ha solo per scopo di farne una presentazione generale, mettendo a fuoco i libri più importanti ed al fine di individuare, in questo insieme, il Trattato pratico. Abbiamo per alcuni libri gli elementi di una cronologia relativa, ma questi dati non sono sufficienti per consentire di stabilire una cronologia dell'opera.

    Tre libri sono raggruppati da Evagrio stesso e formano una sorta di trilogia: "Abbiamo condensato e ripartito, egli scrive nel Prologo del Trattato pratico, l'insegnamento pratico in cento capitoli, e l'insegnamento gnostico in seicentocinquanta". I tre libri così raggruppati sono il Trattato pratico, lo Gnostico (Trattato della Conoscenza) ed i Képhalaia gnostica (Problemi gnostici). Sarà trattato più a lungo, nel seguito di questa introduzione, il Trattato pratico, edito in questo libro. Esso è costituito, in effetti, da "cento capitoli", e tratta dell'"insegnamento pratico", che Evagrio chiama il practikè, che equivale a dire, la via attraverso la quale il monaco acquisisce l'impassibilità.

    Lo Gnostico è un opuscolo di soli cinquanta capitoli, che è stato completamente conservato solo in siriaco ed in armeno. Esso tratta dello "gnostico", cioè di colui che, avendo raggiunto l'impassibilità, gode della contemplazione spirituale ed, a sua volta, può insegnarla agli altri. Esso è strettamente unito con il Trattato pratico, al punto che in siriaco la numerazione dei suoi capitoli continua quella di questo libro. Inoltre, esso serve in qualche modo come prefazione per i Képhalaia gnostica.

    I Képhalaia gnostica, formata da sei centurie (ognuna con 90 sentenze), è la grande opera dottrinale di Evagrio. È questa che principalmente contiene, sotto una forma più o meno esoterica, le principali tesi origeniste che furono anatematizzate nel 553: la pre-esistenza delle anime nello stato di puri intelletti, formando tutte insieme un'enade [7], la caduta di questi intelletti e la loro unione con dei corpi di diverse qualità, secondo il grado del loro decadimento, da cui l'apparizione degli esseri differenziati, come gli angeli, gli uomini ed i demoni, la salvezza di questi esseri per mezzo della scienza e col passaggio in corpi e mondi diversi, il ripristino di tutti nella condizione angelica ed un corpo spirituale, al "settimo giorno", sotto la regalità di Cristo, lui stesso concepito come un intelletto simile agli altri, ma non decaduto, infine l'abolizione di ogni corpo e di ogni materia, l' "ottavo giorno", ed il ritorno di tutti gli intelletti, uguali a Cristo, all'unione con Dio, concepito sia come Trinità che come Unità. Il testo greco di questo libro, con l'eccezione di un certo numero di sentenze citate da una varietà di autori o raccolte in florilegi, è andato perso. È stato conservato in due versioni siriache: l'una, quella che fu la più diffusa e sulla quale fu fatta una versione armena che ci è anche pervenuta, è opera di un traduttore che ha corretto il testo per attenuarne l'origenismo; l'altra è l'unica ad avere salvaguardato il libro di Evagrio nella sua integrità [8].

    Questi tre libri tracciano, essi soli, le principali tappe della vita spirituale che si divide essenzialmente in practikè (pratica) e gnostikè (conoscenza). Ma la practikè suppone l'asceta già stabilito nella vita monastica ed anche, più precisamente, nella vita anacoretica. Due libri di Evagrio sono specificamente dedicati a definire i concetti fondamentali monastici. Questi sono:

    -- Il libro intitolato proprio Le norme (o le basi) della vita monastica, spesso indicato anche nella tradizione manoscritta come "Abbozzo". Questo libro, il cui testo in lingua greca è conservato [9], è stato ampiamente letto, non solo dai Greci, che l'hanno molto spesso ricopiato, ma anche dai siriani, che ne ebbero almeno tre traduzioni [10]. Destinato ai principianti, esso definisce le caratteristiche specifiche della vita monastica e le condizioni richieste per essere un monaco: il celibato, la rinuncia al mondo, la povertà, la solitudine soprattutto, il lavoro manuale, la meditazione dei fini ultimi.

    — Il Trattato al monaco Eulogio, pubblicato tra le opere del Nilo, sotto il cui nome si trova in gran parte della tradizione manoscritta greca [11]; ma questa tradizione lo conosce anche sotto il nome di Evagrio, così come le tradizioni siriaca ed armena.

    A questi due libri possono essere collegate due piccole collezioni di sentenze metriche: Ai monaci ed A una vergine, alle quali il loro editore ha dato il nome di " Specchi [12] ". Queste sono, nella prima collezione 137 e nell'altra 56 sentenze, composte sul modello dei Proverbi della Bibbia, in cui si esprimono dei suggerimenti appositamente adattati alla vita cenobitica.

    Altri libri hanno a che fare con un elemento importante della practikè: la teoria degli otto "cattivi pensieri", che sono i vizi capitali. Essi sono i tre libri seguenti:

    - Il trattato Degli otto spiriti di malizia, pubblicato tra le opere di Nilo [13] ed attribuito a questo autore da molti manoscritti greci, ma rimasto sotto il nome di Evagrio nella tradizione orientale. È, in una forma vivace, talvolta pittoresca, una descrizione degli otto principali vizi, con due capitoli dedicati a ciascuno di essi.

    - L'Antirretico, grande libro conservato solo in siriaco ed in armeno; si compone di otto parti, seguendo il numero e l'ordine dei principali vizi; in ogni parte sono raccolti i testi della scrittura la cui recitazione deve scacciare il pensiero del vizio corrispondente; ogni citazione della scrittura è introdotta da una breve frase che specifica, in modo concreto, la natura del pensiero al quale citazione è appropriata. Ci sono, in totale, 487 citazioni disposte in ogni parte secondo l'ordine dei libri biblici.

    - Il trattato Dei vari cattivi pensiero, curato tra le opere di Nilo [14], ma rimasto sotto il nome di Evagrio in gran parte della tradizione manoscritta greca e nella tradizione orientale, contiene un'analisi molto ricca e molto approfondita dei "pensieri", delle loro relazioni, del loro meccanismo di formazione o di sviluppo.

    È inoltre pubblicato tra le opere di Nilo il trattato La preghiera [15], ed è sotto questo nome che sembra essere sempre nei manoscritti greci. Ma la sua autenticità evagriana è dimostrata dalla testimonianza della tradizione orientale, che lo conosce sotto il nome di Evagrio, e dalla critica interna [16]. Si compone di 153 capitoli, una cifra che è, come sottolineato nel Prologo, uguale a quella dei pesci della pesca miracolosa (Giovanni 21, 11) ed è, d'altro canto, un numero triangolare con valore mistico. È in questo libro, in particolare, che è esposta la teoria evagriana della "preghiera pura".

    Evagrio aveva composto, a quanto pare, molti commenti di libri biblici [17]; ma questi non ci sono stati trasmessi direttamente, neanche dalla tradizione orientale, che sembra non averne conservati. Se ne trovano, tuttavia, una parte nelle Catene esegetiche greche [18], in particolare il Commento ai Salmi [19]; questo è costituito da una serie di glosse in cui Evagrio, utilizzando le risorse dell'esegesi allegorica, prova a dare un fondamento scritturale alla sua dottrina. Le Catene attestano anche che Evagrio aveva commentato, probabilmente nello stesso modo, i Proverbi, Giobbe, la Genesi, i Numeri, i Re, l'Ecclesiaste (o Qoèlet), il Cantico dei cantici ed il Vangelo di Luca [20].

    Abbiamo, inoltre, conservato in siriaco e, parzialmente, in armeno, un corpus di 64 lettere [21]; la più importante è una lunga lettera a Melania, di cui san Girolamo ha fatto menzione [22] ed in cui Evagrio, facendo una sintesi del suo pensiero, ha espresso forse le sue più audaci idee. Una sola di queste lettere, intitolata in siriaco "Lettera sulla fede", è stata conservata in greco, passata a volte sotto il nome di Nilo ed a volte sotto quello di san Basilio, ed è stata pubblicata tra le lettere di quest'ultimo, sotto il n° 8 [23].

    È possibile unire alle lettere due brevi esortazioni, in forma di lettere, che sono conservate in siriaco: l'una denominata Protrettico, l'altro Parenetico.

    Ci è giunto, infine, un certo numero di brevi testi di cui la maggior parte, se non tutti, sono probabilmente frammenti di libri incompiuti o andati persi: sei serie di brevi sentenze, tre delle quali sono state pubblicate sotto il nome di Evagrio ed altre tre sotto quello di Nilo [24], un testo intitolato Skemmata (Riflessioni) e formato da circa sessanta sentenze, di cui le ultime ventidue costituiscono un piccolo trattato sui "pensieri [25]", un opuscolo su I vizi opposti alle virtù, che è collegato al Trattato a Eulogio e che è indirizzato allo stesso personaggio [26], un altro opuscolo dal titolo Maestri e discepoli, pubblicato, come il precedente, sotto il nome di Nilo [27]. Il siriaco e l'armeno hanno conservato, sotto il nome di Evagrio, un numero abbastanza grande di altri testi brevi, la cui autenticità non è sempre garantita [28].

di Antoine Guillaumont. Estratto e tradotto da "Évagre le Pontique - Traité Pratique ou Le Moine", Tome I, Sources Chrétiennes n. 170, Les Éditions du Cerf, 1971
https://ora-et-labora.net/regoleevagrioopere.html
CALENDARIO SANTI E BEATI 2022
        RICORRENZE
NOVEMBRE 2022


1     Tutti i Santi

2  
Commemorazione dei
fedeli defunti

9  
Dedicazione della Basilica Lateranense
(San Giovanni in Laterano)

11  
San Martino di Tours

18  
Dedicazione delle basiliche
di San Pietro e san Paolo

calendario santi 2022

        RICORRENZE
NOVEMBRE 2022


21 Presentazione della Beata Vergine Maria al tempio

22
Santa Cecilia

27
 I DOMENICA DI AVVENTO

27
Medaglia  Miracolosa

30
Sant' Andrea apostolo

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